lunedì 28 gennaio 2019

“I GIORNI DELLA MERLA”, tra leggenda e realtà.


Ricordiamo che l’espressione "i giorni della merla" serve ad indicare gli ultimi tre giorni di gennaio, perché considerati i giorni solitamente più freddi dell'anno.









Nei dialetti locali, e non solo nell’area che comprende il “Parco Regionale del Matese”, ma anche nel nord Italia, il merlo, che dopo il passero è l’uccello più diffuso in Italia, comune anche in ogni parco e giardino del nostro Paese,viene ancora oggi chiamato al femminile: ”la merla”.

Un'antica leggenda romagnola narra che una volta ”la merla” aveva le piume bianche e che durante il mese di gennaio se ne stava al calduccio nel suo nido per ripararsi dal freddo. Ma negli ultimi tre giorni del mese arrivò un freddo così intenso che ”la merla”, per non morire di freddo, si riparò in un comignolo per riscaldarsi.

Maschio di merlo, con piumaggio uniformemente nero lucente, che contrasta fortemente con il colore giallo del becco e del contorno degli occhi.


”La merla” si salvò, ma le sue piume da bianche divennero nere per la fuliggine e per il fumo proveniente dal camino acceso,  e di quel colore (nero) rimasero per sempre.

Merlo albino, il cui colore bianco ricorda il merlo della leggenda.

Il racconto dei "giorni della merla"  è indubbiamente una leggenda, però è sempre servito anche per consentire un po’ a tutti di ricordare con facilità che “mediamente” proprio in questo periodo dell’anno si verifica il freddo più intenso.

Altro merlo albino.




“Mediamente”, è ovvio, sta a significare che non è detto che succeda sempre. Ma nell’area del “Parco Regionale del Matese”, oltre i 1.000 metri di quota, intorno ai "giorni della merla", si sono spesso verificate nevicate eccezionali.
Negli anni scorsi a Bocca della Selva (località turistica posta a circa 1.400 m di quota) la neve ha superato anche i 6 metri di spessore e c’è mancato poco che, per rendere agibili le strade, non si sia stati costretti a caricarla su grossi autocarri e a trasportarla lontano, visto che non era più possibile spostarla in loco con gli spazzaneve.





Merlo albino avvistato e fotografato da Mario Paloni a Roma, nell’area del Lago ex Snia, nei pressi di Largo Preneste.
Praticamente in una zona centrale della capitale.














La femmina di merlo è di colore bruno-nerastro,  con becco bruno, mento e gola grigiastri, con delle striature più scure visibili sulle parti inferiori.

PRINCIPALI CARATERISTICHE DEL MERLO
”La merla” del racconto è ovviamente “il merlo” (turdus merulus), che ha dimensioni medio-piccole, becco robusto e tarsi lunghi.
Il maschio ha un piumaggio uniformemente nero lucente, che contrasta fortemente con il colore giallo del becco e del contorno degli occhi. Durante il primo anno di vita nei maschi il colore delle piume è maggiormente marrone, ed anche il becco tende al brunastro.
I maschi anziani sono grigiastri, con il becco giallo.


Il becco del maschio è di colore arancione vivo alla fine dell'inverno e durante la stagione di riproduzione, il che indica che è sessualmente maturo.
La femmina è bruno-nerastra, ha il becco bruno, mento e gola grigiastri, con delle striature più scure visibili sulle parti inferiori. In entrambi i sessi le zampe sono bruno scure. In volo, visto da sotto, il maschio è inconfondibile per la colorazione nera, le remiganti più chiare e il becco giallo, mentre la femmina appare brunastra.
Lunghezza cm 25 circa, peso gr 75-115.


Gli esemplari non abituati al movimento incessante delle folle che percorrono le città, si dimostrano diffidenti come è la loro natura e si mettono subito al riparo se spaventati, mentre assumono un comportamento confidente quando non sono disturbati.
Gli esemplari ormai abituati alla vita cittadina hanno perso in parte la naturale astuta diffidenza e non esitano ad avvicinarsi all’uomo.





Il merlo mostra grande vivacità e possiede un volo veloce, talvolta diritto e talvolta sfrecciante a zig-zag. Compie di solito voli bassi e brevi.
Canta in modo molto melodioso per buona parte dell'anno ed ha un grande repertorio di canti. È molto agile al suolo, ha un'andatura saltellante e disordinata e quando è a terra alla ricerca di cibo, tiene la coda verso l’alto.
Lo si può vedere anche mentre canta dalla cima di tetti, alberi, antenne.

Combattimento tra maschi.

I maschi si battono per conservare il loro territorio durante la stagione della riproduzione, cantando molto forte e inseguendosi.
Esiste una seconda specie chiamata “merlo torquato” o “merlo dal collare” (Turdus torquatus), che differisce dal “merlo comune” per la taglia maggiore (è lungo circa 27 cm) e per una fascia bianca sul petto, ampia nel maschio, ridotta nella femmina.

Non sono rari gli esemplari di “merlo comune” a colorazione anomala: rossiccia, a macchie bianche e nere o cinerina. Rari sono gli albini in cui il becco, l’iride e le zampe di un delicato color rosa completano degnamente il niveo manto.  Frequenti invece gli albini parziali che si distinguono dal “merlo dal collare” per l’assenza della macchia grigia sulle ali, oltre che per la voce.




Merlo con colorazione anomala.


Altro merlo con colorazione anomala.


DOVE VIVE E COSA MANGIA
 Il merlo vive nei boschi con sottobosco, nei parchi, nei giardini, nelle siepi, nei frutteti e nelle vigne, nonché nelle zone coltivate in genere. 






Le coppie conducono vita isolata in quanto l’uccello è realmente gregario solo in migrazione e solo in tali situazioni è possibile vederlo riunito in grossi gruppi.


Il merlo è onnivoro; si ciba principalmente di frutta, bacche e piccoli invertebrati

Ghiotto di frutta, gradisce in particolare mele, pere, fragole, ribes, mirtilli, ciliegie, fichi,e uva. Completano la sua alimentazione bacche, semi, vermi di terra, insetti, coleotteri, lepidotteri, ditteri, ragni, millepiedi e piccoli molluschi.







Il merlo, durante l’inverno, se non disturbato, si nutre anche con cibo predisposto in apposite “mangiatoie” per uccelli, preparate a volte nei centri abitati da privati cittadini.







RIPRODUZIONE
La stagione riproduttiva inizia in marzo e si protrae fino a luglio.


Femmina di merlo raccoglie materiale per il nido.



Uova di merlo in un nido.





Femmina di merlo sul nido.

Il nido è fatto di ramoscelli, foglie e muschio tenuti assieme (cementati) con terra molle (fango), che poi seccando diventa dura e resistente; il nido è tappezzato internamente con fili d'erba, foglie e talvolta anche piume. È spesso costruito tra siepi, cespugli (specialmente se spinosi) o tra gli arbusti rampicanti (come l’edera) lungo i tronchi degli alberi o le pareti delle case, sui cornicioni o sulle sporgenze degli edifici, a volte anche a notevole altezza sul ramo principale di un albero.
Il nido viene costruito dalla femmina, talvolta aiutata dal maschio che porta materiale. 

Nido di merlo con nidiacei.

Nel nido, non troppo nascosto, la femmina depone da 3 a 5 uova verdi-azzurre macchiate di bruno, che cova per 12-15 giorni. Dopo circa due settimane di vita i piccoli, pur non essendo ancora in grado di volare, escono dal nido occultandosi in terra nei cespugli dove, mentre la madre inizia a costruire un secondo nido, il padre continuerà ad assisterli per un altro paio di settimane.  
Di frequente le coppie portano a termine nell’anno anche una terza covata.  

Papà merlo nutre i suoi piccoli nati da pochi giorni.


Giovane merlo uscito da poco dal nido.

Papà merlo continua a nutrire i suoi piccoli usciti dal nido.






LA MIGRAZIONE
Di costumi solitari, il merlo si riunisce con i suoi consimili solo in migrazione. Le popolazioni che si trovano più a Nord migrano e scendono a svernare più a Sud, mentre quelle che si trovano nelle zone più temperate sono stanziali.



I migratori giungono da diversi Paesi europei: oltre che dall’ex Cecoslovacchia , Ungheria, ex Jugoslavia e Polonia, anche dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra …, arrivando a percorrere oltre 1.500 Km.




Il comportamento dei merli migratori è diverso da quello dei nostrani. I migratori prediligono, per la sosta, alberi d’alto fusto.



I merli italiani sono stanziali, salvo quelli delle Alpi; molti di essi trascorrono l’intera esistenza  nella ristretta superficie costituita da non molte siepi e dal poco spazio attorno per la pastura. 




I soggetti del Nord, invece, sono costretti a migrare nello stesso periodo dei “tordi bottacci”. Sono caratterizzati da ali a punta, più adatte alla migrazione, mentre quelli nostrani hanno l’ala corta e arrotondata




Ricordo che, se si vuole osservare ancora meglio ciascuna foto (e anche questa cartina), occorre cliccare due volte in rapida successione sulla stessa, oppure occorre cliccarvi sopra con il tasto destro del mouse e poi con il sinistro sul comando (che appare) “apri link in un’altra finestra”.
Dopodiché, con lo zoom, si può ingrandire o meno la foto che compare in una nuova finestra e si possono vedere meglio anche i dettagli.
Per tornare al “post”, basta cliccare sulla freccia di ritorno che si trova in alto a sinistra o chiudere la "nuova finestra" . È facile!


Mediante l’inanellamento, è stato constatato che alcuni merli, dopo aver nidificato nell’Italia centro-meridionale, si spostano verso le regioni settentrionali.
Accade anche che molti merli che nidificano nelle regioni settentrionali, si spostino a Sud e che vi rimangano avendo trovato un habitat idoneo.

            Emidio Civitillo


E-mail: emidiocivitillo@gmail.com



giovedì 15 novembre 2018

Il MONTE  MUTRIA e le sue "Rave" formatesi durante le ere glaciali. 



Il Monte Mutria (1.823 m s.l.m.) visto da Sudovest, dalla valle di Cusano Mutri (BN).



Il Monte Mutria (1.823 m s.l.m.) è la cima più alta della provincia di Benevento e la terza vetta del massiccio montagnoso del Matese, sul confine tra Campania e Molise.

Per la bellezza dei luoghi e per i panorami che offre, è senza dubbio  uno dei monti più affascinanti  del Matese.






Verso la fine dell’ultima glaciazione (circa 15.000 anni fa), contribuirono a modellare la superficie terrestre anche nella nostra zona (compreso il Monte Mutria) due principali fenomeni:
·    Lo scorrimento di enormi quantità d’acqua dovuto allo scioglimento dei ghiacciai (l'Europa era ricoperta da una coltre di ghiacci che mediamente aveva uno spessore fino a 2.000 - 3.000 metri).
·        L’alternarsi di fasi di avanzamento e regressione dei ghiacciai a causa di cambiamenti climatici di breve periodo. L’avanzamento e la regressione dei ghiacciai accentuavano il pur lento scorrimento di essi verso il basso e ciò contribuiva sensibilmente alla formazione di solchi più o meno profondi, detti “rave”, come quelle del Monte Mutria, visibili anche da lontano.



Altra immagine (da Sud) delle “rave” del Monte Mutria (solchi piuttosto profondi, visibili anche da lontano). Ogni “rava” ha un nome. I nomi alle “rave” sono stati attribuiti in tempi antichi soprattutto dai pastori che conducevano gli animali al pascolo lungo il vasto pendio del Monte.
Fu così creata una sorta di toponomastica (come per le strade cittadine), ovviamente in questo caso non scritta, ma che comunque consentiva efficacemente (e consente tuttora) di avere precisi e preziosi riferimenti lungo il vasto pendio del Mutria. Una toponomastica non documentata, ma ben tramandata oralmente di generazione in generazione
Tra coloro che conoscono i nomi e le posizioni delle “rave”, è facile dialogare di ogni situazione riguardante il Monte (pascolo, presenza di greggi o di altri animali, legname, luoghi, percorsi, ecc.)anche da lontano e senza vederlo.

Essendo diminuito negli ultimi anni il numero dei pastori che frequentano il Monte Mutria, si è avvertita l'opportunità di annotare i nomi delle “rave”, allo scopo di farli conoscere un po' a tutti e di tramandarli alle generazioni future.

Ciò può essere molto utile anche al crescente numero di escursionisti attratti dal fascino del Monte.
Detti nomi vengono riportati dal sottoscritto, conoscitore della vasta zona in cui si trova il Monte Mutria, sull’immagine che qui segue.














Gli antichissimi ghiacciai avevano grandissimo spessore e, a causa del loro enorme peso, comportarono lo schiacciamento, con conseguente spostamento di materiale roccioso, sulla parte sommitale del Mutria, provocando la formazione di diversi pianori, anche di dimensioni ragguardevoli, detti nel gergo locale “paduli”, tuttora molto evidenti e spettacolari.


Uno dei più noti pianori (o paduli) sommitali del Monte Mutria, “il padulo lungo”, nei pressi della vetta. Foto da Est.
Questo ed altri pianori sommitali si formarono durante le glaciazioni per schiacciamento (con conseguente spostamento di materiale roccioso) sotto l’enorme peso di ghiacci di grandissimo spessore. 


Altra immagine del pianoro sommitale detto “il padulo lungo”. Foto da Ovest. 





Pianoro (o padulo) sommitale da cui scende la "rava ranna" (la rava grande).  Foto da Nord.





Altra immagine del pianoro (o padulo) sommitale da cui scende la "rava ranna" (la rava grande).  Foto da Nordest.

Pianori (o paduli) sommitali. Foto da Est



Questa cartina consente di localizzare più agevolmente il Monte Mutria, che dista in linea d’aria poco più di 3 km dal centro abitato di Cusano Mutri.




Monte Mutria da Est, dal Monte Moschiaturo o Defenza

La fascia pedemontana da “Fontana Tasso” a “Bocca della Selva”, attraversata dalla strada provinciale Sud - Matese, è costituita, come già accennato, in prevalenza da terreno molto fertile e permeabile, che in dialetto locale è denominato terreno di “fulétto”.
Detto terreno deriva da antichi cataclismi, che provocarono l’azione di dilavamento e di erosione dell’acqua piovana e delle valanghe di neve, oltre che delle slavine di ghiaccio, lungo il ripido pendio della cresta del Monte Mutria, rimanendo accumulato lungo l’anzidetta fascia pedemontana.
Sotto questo strato di terreno di “fulétto” si trova uno strato di terreno argilloso che, essendo impermeabile, determina l’affioramento in superficie delle vene d’acqua, dando luogo a numerose ottime sorgenti perenni, chiamate comunemente fontane nel gergo locale.
Le più note sono: fontana Sparago, fontana Paola, fontana Vertolo, fontana Sant’Onofrio, fontana Pozzo Iasasso, fontana Frecchie, fontana San Pietro e fontana Tasso.








Foto da Sud, dalla valle di Cusano Mutri (BN)


La fascia pedemontana che si trova alla base del ripido e vasto pendio che caratterizza la cresta del Monte Mutria (1.823 m s.l.m.), da “Fontana Tasso” (circa 1.000 m s.l.m.) a “Bocca della Selva” (1.393 m s.l.m.), è stata fino a non molti anni fa anche intensamente coltivata per produrre patate, segale, grano, fagioli, barbabietole, ecc..
In tempi recenti, in luogo delle coltivazioni realizzate in passato, ha avuto una certa prevalenza la fienagione.
A coltivare la terra erano spesso i pastori e le loro famiglie, che, dalla valle di Cusano Mutri, raggiungevano la zona a piedi (quasi sempre) o a dorso di mulo o di asino, più raramente di cavallo, percorrendo le mulattiere che passavano per “le maccatore” o per “la costa del monaco”.
Dal 1973, ultimata la strada provinciale panoramica Sud-Matese, queste ed altre mulattiere vennero praticamente abbandonate. Quella passante per “le maccatore”, però, venne trasformata in strada carrareccia, percorribile con trattore o fuoristrada.



Emidio Civitillo


sabato 8 settembre 2018

- Elenco dei "post" pubblicati finora


UN ELENCO DI "POST"


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