domenica 22 maggio 2016

Pietraroja


PIETRAROJA (BN), LA PATRIA DEL FOSSILE DI DINOSAURO "CIRO", FAMOSO IN TUTTO IL MONDO.   



Pietraroja (o Pietraroia) sorge sulle pendici di Sudest del massiccio montagnoso del Matese, nell'Appennino meridionale.

È un comune di montagna di meno di 600 abitanti della provincia di Benevento, nella regione Campania al confine con il Molise.

Pietraroja ha un’altitudine media di 818 m s.l.m.; quella minima è di 450 m nella località Cesolla, vicino al torrente “Torbido” (gliu trov'l' in dialetto pietrarojese), tra contrada “Pezzapiana” e contrada “Potete”, mentre l’altitudine massima è di 1.780 metri lungo la cresta del Monte Mutria, poco ad Est della cima del monte (1.823 m s.l.m.), denominata “mutricchio”: mutlìgliu in dialetto pietrarojese.


                    

Pietraroja (BN), lassù sui monti del Matese - Panorama da Est


Il costone orientale del Monte Mutria segna il confine settentrionale del territorio comunale con quello di Guardiaregia (CB), mentre il passo di Santa Crocella (1.219 m s.l.m.) collega Pietraroja (BN) con Sepino (CB).

Sito al confine con il Molise, “Pietraroja” dista circa 50 km dalla città di Benevento (il capoluogo di provincia)








Fra il Monte Mutria e il passo di Santa Crocella , in località “Tre Valloni”, si trovano le sorgenti del Titerno, le cui acque scendono dal territorio pietrarojese nella conca del confinante comune di Cusano Mutri passando attraverso uno spettacolare canyon, stretto e profondo, detto “Stritto di Caccaviola” (da acqua viola), delimitato ad Est dalla formazione calcarea del monte Civita di Pietraroja (960 m s.l.m.) , su cui sorge il paesello di Pietraroja, e ad Ovest dal monte Civita di Cusano (976 m s.l.m.).




Cartina geografica che consente di individuare più facilmente Pietraroja.



Pietraroja (BN) - Panorama da Sudest



Il monte “Civita di Pietraroja” visto da Ovest, dalla valle di Cusano Mutri, paese confinante.




Dal monte Moschiaturo (Defenza: la Rufènza in dialetto locale, 1.470 m s.l.m.) nasce l'altro principale torrente, il Torbido (gliu Tróv’l’), che attraversa le contrade Métole e Potéte e confluisce nel Titerno, dopo essere sceso in territorio di Cusano Mutri.

Il clima di “Pietraroja” in estate è raramente afoso, essendo piuttosto fresco specialmente all'ombra. Essendovi un forte dislivello nel suo territorio, nell'ambito di questo si hanno differenze di temperatura notevoli, specie in inverno, quando il freddo è sensibile, soprattutto in presenza del vento di bora (la vòria). In inverno è immancabile la neve, specie in montagna.


Panorama da Sud - Pietraroja con la neve in inverno. Sulla sinistra della foto si vede il PaleoLab.



Piazza Vittoria, davanti al palazzo comunale, dopo una nevicata abbondante.








LA PAROLA “PIETRAROJA”  DERIVA DA …

Non tutti gli studiosi sono concordi sull’origine e sulla derivazione (etimologia) della parola “Pietraroja”. 
Si è a lungo ritenuto che il nome del paesello derivasse dal colore rosso-rosa del marmo (pietra rossa, da cui “Pietraroja”) che si trova sul costone di Sudest del “Palumbaro”, parte orientale del Monte Mutria, che ha forma allungata.


Fontana “Canale”, nei pressi del centro abitato di Pietraroja. Immagine da Sud verso Nord.

Ma in base a quanto ha lasciato scritto lo storico e geografo Strabone (64 a.C. - 20 d.C.), il nome “Pietraroja” deriverebbe dal latino “petra ruens” (terra che scorre, ossia con località interessate anche da frane). Alcuni movimenti franosi ancora  oggi  interessano  certe  zone di “Pietraroja”.
Questa derivazione del nome “Pietraroja” trova d’accordo anche il sottoscritto. E ciò per una serie di considerazioni, non ultima quella basata sul fatto che, pronunciando il nome “Pietraroja” nel dialetto dei comuni della zona, si ottiene un’espressione che richiama molto quella latina (“petra ruens”).
L’aver sostenuto, in passato, che il nome Pietraroja potesse derivare dall’espressione spagnola “piedra roja” (corrispondente all’espressione italiana “pietra rossa”) che sarebbe nata durante il dominio spagnolo in Italia, non può costituire una spiegazione valida, perché quando iniziò tale dominio il nome Pietraroja esisteva già da secoli.

Nei testi medioevali, cioè assai prima della dominazione spagnola in Italia, il nome “Pietraroja” viene riportato con qualche variazione: Petraroyce, Petraroja.


Pietraroja di sera da Nordest

“Pietraroja” è sicuramente un paese antichissimo. Sulle sue origini si è scritto che esso deriverebbe da un piccolo villaggio sannitico di oltre 2.000 anni fa, fondato in seguito alla distruzione dell’antica città di “Telesia”, intorno all’85 a.C., da parte del console romano Lucio Cornelio SILLA, che volle punire non solo “Telesia”, ma anche altri centri sanniti, che avevano appoggiato con uomini armati il console Caio MARIO proprio contro SILLA nella guerra per la conquista del potere di Roma.
L’evidente scopo di detti centri sanniti era quello di trarre benefici dalla partecipazione al potere di Roma, ma l’esercito del console Caio MARIO da essi appoggiato fu sconfitto e il vincitore (Lucio Cornelio SILLA) punì anche i centri sanniti che erano stati suoi avversari.
Parte dei Telesini, scampati alla morte, cercarono rifugio verso Nord, sui monti del Matese, dove fondarono un piccolo villaggio (la prima “Pietraroja”) nella zona attualmente denominata “Case Vecchie”, lungo il bosco del “Feo”, che è una zona piuttosto distante, e in basso, dall’attuale centro abitato.


Un angolino molto noto all’ingresso del paese, al bivio con la strada provinciale.

Il  “Feo” si trova alla sinistra del torrente “Torbido” (ovviamente spalle alla sorgente), tra “Contrada Valli”, “Fontana Falcigno” (costa d’ gl’aucégli: costone degli uccelli) e giù verso “Fontana Iannotti”.
Distrutto il villaggio della località “Case Vecchie”, lungo il bosco del “Feo”, da una calamità naturale (non si sa bene se terremoto o alluvione), ne fu costruito un altro (la seconda “Pietraroja”) molto più in alto e parecchio distante dal “Feo”, tra le località “S. Anna” e “Castello”, dove si trova parte dell’attuale centro abitato.



Altra foto scattata all’ingresso del paese, al bivio con la strada provinciale.


Dopo che anche quest’ultimo villaggio fu distrutto, secondo la versione più attendibile dal terremoto dell’11 ottobre 1125, il paese (la terza “Pietraroja”) venne ricostruito poco più a monte, nella zona detta “Terra Vecchia”, dove attualmente si trova il piccolo cimitero che, per le sue caratteristiche (posto vicino  al  ripetitore  RAI, su un cocuzzolo di montagna molto panoramico, con non molti loculi nei due muri che delimitano un piccolo cortile rettangolare), costituisce anche un’attrazione turistica. Il paese fu cinto da mura solidissime nella parte di meno difficile accesso (a Sud e ad Est), agli angoli delle quali furono innalzate massicce torri circolari. I rimanenti lati erano protetti da alti e inaccessibili balzi montagnosi.
Per oltre cinque secoli qui rimase il centro abitato, che, come i centri abitati degli altri paesi della zona (tranne quello del confinante Cusano Mutri per la sua particolare formazione geologica), venne raso al suolo dal terribile terremoto del 5 giugno 1688, “...ad hore 21..., ...ch’essendosi cantate le Vespere...”, con 400 morti, come da descrizione manoscritta dell’allora arciprete don Liberatore Manzella, in un vecchio registro dei matrimoni redatto dallo stesso arciprete.





Agli inizi del 1700 i superstiti del catastrofico terremoto del 5 giugno 1688 iniziarono a costruire la quarta “Pietraroja”, dove si trova attualmente.  Marzio Carafa, il conte di Cerreto di cui “Pietraroja” era feudo, ne influenzò la pianta, che è piuttosto squadrata e richiama (un po’ alla lontana, s’intende) la bella pianta di Cerreto Sannita, voluta sempre dal conte Marzio Carafa.
Nella signoria di “Pietraroja” si successero, per 4 secoli, i cavalieri normanni della casa Sanframondo. Nel 1400 “Pietraroja” passò ai Marzano, conti di Alife, nel 1480 passò ad Onorato Gaetani, signore di Piedimonte, quindi ai Carafa, conti di Cerreto, ai quali appartenne fino al 1806.



LA “PIETRA  ROSSO - ROSA” DEL “PALUMBARO”

A proposito della “pietra rosso - rosa” del “Palumbaro”, parte orientale del Monte Mutria (1.823 metri sul livello del mare), è stato addirittura scritto tante volte – in maniera chiaramente erronea – che detta “pietra” si trova nella località “Fucina”.
Infatti non è così. La località “Fucina” è situata ad Est del centro abitato di “Pietraroja”, al di sotto della strada che porta a Morcone, mentre il “Palumbaro” si trova a Nord, sulla destra della strada panoramica Sud-Matese che porta a Bocca della Selva.


Lato di Sudest del “Palumbaro”, visto dalla strada che da Pietraroja porta a Bocca della Selva. Nel punto indicato dalla freccia vennero estratti alcuni blocchi di marmo rosso-rosa.


Dalla strada, guardando verso l’alto, lungo il costone del “Palumbaro” si può addirittura vedere il luogo dove una volta furono estratti alcuni blocchi del marmo rosso-rosa, che furono utilizzati, tra l’altro, per la costruzione degli altari della chiesa parrocchiale dell’Assunta.
Il colore rosso-rosa del marmo di “Pietraroja” è quasi uguale a quello della pietra delle cave di Vitulano (BN).
Non si continuò l’estrazione del marmo per le difficoltà, all’epoca, di raggiungere il luogo: lontano dalla strada, con forte dislivello rispetto ad essa e su un costone piuttosto ripido ed impervio. Successivamente furono anche posti vincoli di difesa paesistico - ambientale e il discorso di estrarre il marmo fu definitivamente chiuso.
Tornando alla località “Fucina”, in essa non esiste alcuna pietra di colore rosso-rosa, ma solo modesti giacimenti di scisti bituminosi di colore scuro, talvolta utilizzati come combustibile, scavandone piccole quantità con un piccone, come ricordava Domenico Falcigno, sindaco della sua amata Pietraroja dal 1970 al 1985, con numerose ed importanti opere realizzate (strade comunali e rurali, elettrodotti, acquedotti, il moderno palazzo del municipio, ecc.).




LA GROTTA DELLE FATE


Tra i cenni di storia di “Pietraroja” va menzionato, anche se brevemente per ragioni di spazio, il fenomeno del brigantaggio postunitario (1860 - 1870), che interessò tutto il Meridione d’Italia, non escluso il massiccio montagnoso del Matese, in cui si trova anche Pietraroja.


In questa grotta si nascosero i briganti

Il “popolo basso” (specialmente pastori, contadini, braccianti e artigiani) fornì un concreto appoggio alle bande partigiane di Francesco Secondo di Borbone, nella speranza di conquistare condizioni di vita più tollerabili di quelle imposte (soprattutto la pesante e insopportabile pressione fiscale) dai “piemontesi” (Cavour, Vittorio Emanuele II, ......), ai quali Garibaldi, con  la sua  “Spedizione  dei  Mille”, aveva regalato un bel  pezzo  d’Italia. 
Alla “Grotta” i briganti accedevano scalando la parete sottostante con ramponi e corde.


Immagine ravvicinata della "Grotta delle fate" o "Grotta dei briganti". Alla “Grotta” i briganti accedevano scalando la parete sottostante con ramponi e corde.


Il 15 dicembre 1863 numerosi soldati e guardie nazionali, agli ordini del generale Pallavicini, che era coadiuvato dal coraggioso capitano Diaz, dopo 6 giorni di assedio, durante i quali fu ucciso il carabiniere Giacomo Mennone, piuttosto incauto e spavaldo nell’attaccare, catturarono sette briganti:

-      Angelo Varrone di Cusano Mutri, capo banda, di anni 36 e non 48, come più volte erroneamente scritto;
-        Vincenzo e Felice Cassella, padre e figlio di 48 e 22 anni, di Cusano Mutri;
-        Raffaele Pascale, 39 anni, di Cusano Mutri;
-        Francesco Paolo Amato di “Pietraroja”;
-        Giovanni Barletta di San Marco dei Cavoti;
-        Arcangelo Lancieri di Salerno.

I primi quattro, portati a “Pietraroja”, con rapido e sommario consiglio di guerra vennero fucilati alla schiena sull’Aia della Corte, un piccolo spiazzo alle spalle dell’attuale municipio.
Altro che promessa di avere salva la vita e di riduzione della pena, in caso di resa!
Gli ordini “piemontesi”, nella maggior parte dei casi, non consentivano di andare troppo per il sottile, e le promesse di clemenza con regolari processi e di non essere passati per le armi, in caso di resa o di “ravvedimento”, erano solo premeditati e ingannevoli trucchi.
Anche Francesco Paolo Amato venne poi ucciso e il fratello Nicola, che si era prestato a tradirlo, indicando la “Grotta” dove si nascondeva Francesco Paolo assieme agli altri briganti, con la promessa di ricevere 100 piastre in denaro e che a Francesco Paolo sarebbe stata fatta salva la vita, non ricevette nemmeno il denaro e, soprattutto per la fine del fratello, uscì di senno.


Ancora oggi si parla di “Cola gliu mattu” (Nicola il matto, ossia impazzito), che si ritirò a vivere di stenti in una misera capanna pagliaresca in località Potete nelle campagne di Pietraroja, dove un mattino fu trovato morto.





Il monte Civita di Pietraroja (960 m s.l.m.) ha una vasta e piatta sommità, che costituisce una spettacolare terrazza naturale sulla sottostante valle del fiume Titerno.
Foto da Nord di Francesco Raffaele.

Il monte Civita di Pietraroja da Nordovest
































I balzi montagnosi (gli vàuzi) sul lato Ovest del monte Civita di Pietraroja visti dalla località Pezzapiana, lungo la strada provinciale che sale a Pietraroja da Cusano Mutri.

La “grotta del miele” è così chiamata per la presenza nelle fessure della parete rocciosa intorno alla grotta di numerosi alveari di api.


A “Pietraroja” e nelle zone limitrofe i “briganti” - soldati del disciolto esercito borbonico, pastori, braccianti, ecc. datisi alla macchia - trovarono luoghi ideali per rifugiarsi e dai quali partire per le loro scorrerie e azioni di rivolta.
Come si sa, essi, ma non i loro registi più o meno occulti, furono perseguitati, battuti e spesso uccisi senza tante formalità. Di ciò ancora oggi a “Pietraroja” si racconta, e c’è un episodio del quale sanno ancora un po’ tutti: l’episodio della “Grotta delle Fate”, del quale hanno scritto anche gli storici.
La “Grotta delle Fate”,  o “Grotta dei Briganti”, si trova, ben nascosta e inaccessibile, nelle “rave” (profondi canaloni lungo i costoni rocciosi che scendono fino al letto del torrente Titerno) alle spalle di “Pietraroja”, verso Nordovest, sul versante destro (spalle alla sorgente del Titerno) del profondo “canyon” a monte di “Fontana Stritto”.



Parte superiore dei balzi montagnosi (gli vàuzi) sul lato Ovest del monte Civita di Pietraroja - Foto scattata dal ripetitore RAI.

In relazione ai quattro briganti originari di Cusano Mutri, fucilati alla schiena sull’Aia della Corte a Pietraroja, al fine di procurarmi ulteriori informazioni ed evidenziare alcune imprecisioni nella narrazione storica degli episodi, soprattutto riguardo all’età dei briganti, ho ritenuto utile qui riportare fedelmente il contenuto degli ATTI DI MORTE dell’anno 1863, conservati nel municipio di Pietraroja.
Da tali ATTI così  risulta: 

Vincenzo Cassella di anni 49, di professione bracciale, domiciliato in Cusano, figlio di Giovanni Cassella e di Annamaria Cassella.

Felice Cassella di anni 22, di professione bracciale, domiciliato in Cusano, figlio di Vincenzo Cassella e di Angela Bove.

Raffaele Pascale di anni 40, di professione bracciale, domiciliato in Cusano, figlio di Giovannantonio e di Olimpia De Toro.
 Angelo Varrone di anni 32, di professione bracciale, domiciliato in Cusano, figlio di Francesco Varrone e di Teresa.

Per l’atto di morte”, registrato su una intera pagina, riguardante il brigante Angelo Varrone (e così per gi altri tre),  risulta così  annotato:

Avanti a Giuseppe Amato, sindaco del Comune di Pietraroja, sono comparsi Carlo Perugino, di anni 46, domiciliato in Pietraroja e Domenico Russo di anni 52, i quali hanno dichiarato che il giorno 16 del mese di dicembre 1863, alle ore 15, è morto Angelo Varrone di anni 32, di professione bracciale, domiciliato in Cusano, figlio di Francesco Varrone e di Teresa.
IL SINDACO

Giuseppe Amato


Vito Pastore - cancelliere
   

Dai registri decennali delle morti, conservati nel municipio di Cusano Mutri (BN), viene così riportato fedelmente:

VARRONE ANGELO, nato il 26 aprile 1829 a Cusano Mutri da Francesco e AMATO Teresa

CASSELLA ANGELO FELICE, nato il 18 aprile 1841 a Cusano Mutri da Vincenzo e PRECE Angela Maria

PASCALE RAFFAELE, nato il 27 settembre 1821 a Cusano Mutri da Giovannantonio e DE TORO Olimpia


Altra foto scattata dalla parte superiore dei balzi montagnosi (gli vàuzi) , in località “Vallenta”, sul lato Ovest del monte Civita di Pietraroja, nei pressi del ripetitore RAI.
Si vede dall’alto uno scorcio della sottostante valle di Cusano Mutri. 





LE BELLEZZE ARCHITETTONICHE E I MONUMENTI


All’ingresso del paese, davanti al palazzo comunale, c’è “Piazza Vittoria”, luogo di ritrovo dei Pietrarojesi. Sul lato ovest della piazza una volta c’era “gliu puzzu” (il pozzo), dal quale gli abitanti attingevano l’acqua prima che venisse realizzato l’acquedotto, che, per il centro abitato, risale al 1928.

Il palazzo comunale, all’ingresso del paese, si affaccia su “Piazza Vittoria”, luogo di ritrovo dei Pietrarojesi.


Salendo per la via principale all’interno del paese, si giunge a “Piazza S. Nicola”, dove si trova la chiesa parrocchiale di “Santa Maria Assunta in Cielo”, di epoca romanica e di chiara derivazione pugliese, realizzata nel 1695 (data anche scolpita sull’architrave del portale) ricostruendo l’antica chiesa di S. Paolo, che si trovava fuori le mura della terza “Pietraroja” e che fu anch’essa distrutta dal terremoto del 5 giugno 1688. Prima del disastroso terremoto la Chiesa Madre dell’Assunta, con tre navate e 12 archi, si trovava sul cocuzzolo del monte Sant’Angiolillo, dove si trova l’attuale cimitero. Terremoto che l’arciprete don Liberatore Manzella così descrisse:  “..... il terremoto che fu a 5 giugno 1688 ad hore 21 tanto forte, et terribile, che buttò per terra tutta la Terra affatto, et la Chiesa in tempo ch’essendosi cantate le Vespere si cantava la Compieta parata con l’assistenti, .....et si era arrivato al psal. “In te Domine speravi, non confundar in aeternum”,  et gli altri sacerdoti... cantavano dietro il Choro, ove fuggimmo anche noi, ma con difficoltà grande per l’agitazione del terremoto, ch’io a mala pena entratovi mi fermai dietro la Custodia: per la Chiesa altro non si sentia, che rumore et sono di Campane, et campanelli, che sonavano da per se, commossi dal terremoto; et tutta la Chiesa, hor chinarsi verso Oriente, hor Verso Occidente con strepito di travi, et aprirsi et serrarsi le lamie, di maniera che mostrava il Cielo all’apriture: finalmente cascò quella sì bella, et magnifica Chiesa fatta con tante lamie, et pilastri tutti a cantoni (blocchi di pietra) lavorati, .....cascò il campanile con quattro campane, cascò parimenti l’horologio et tutti quelli  poveretti che si trovavano dentro la Chiesa furono sepolti dalla ruina di essa Chiesa, de’ quali pochissimi furono scavati vivi. Restò solo in piedi il Choro fatto a lamia, quale benché due volte si aprì, et mostrò a noi l’aree, nulladimeno poi miracolosamente si serrò.... Dentro il Choro scampammo la vita tutti noi sacerdoti.
Quando uscimmo da esso vedemmo la Chiesa tutta spianata et uscendo fuori di essa si vidde tutta la Terra ridotta in una maceria di pietre, che nessuno di noi potea sapere dov’era stata la sua casa. Se sentiano stridi et lamenti di assaissimi poveretti, che stavano sepolti sotto le ruine di esse case. .....”
Sull’antico portale dell’attuale chiesa dell’Assunta sono scolpiti un leone, una leonessa, un orso e un’orsa che allatta i cuccioli, e sia i leoni che gli orsi sono incatenati da una catena di pietra scolpita a forma di catena di ferro, che si estende lungo tutto il portale (in verità la catena di pietra somiglia ad una grossa fune). 




Pietraroja, chiesa parrocchiale di Maria Assunta in Cielo con l'antistante piazza San Nicola.




Alla base di ognuno dei due stipiti della porta di destra (guardando la facciata) delle attuali tre porte della chiesa, è scolpito, a sinistra, “fu la peste 1656” e, a destra, “fu la carestia 1648”


Ecco qui di seguito le due immagini ravvicinate, relative alle due scritte scolpite nella pietra alla base degli stipiti della porta di destra (guardando la facciata); scritte da me leggermente evidenziate per una più agevole lettura.













Il portale dell’attuale chiesa dell’Assunta è lo stesso che aveva la chiesa di S. Paolo caduta col terremoto: non si tratta, pertanto, del portale che aveva la  Chiesa  Madre dell’Assunta sul cocuzzolo del Monte Sant’Angiolillo, prima che il terremoto la distruggesse. A dimostrazione di ciò, riportiamo quello che scrisse don Liberatore Manzella nel lontano 1684, quattro anni prima del terremoto: “La Chiesa di S. Paolo extra muros ha due porte, cioè una revolta all’oriente estivo. Quale è la porta grande fatta di pietre lavorate a cantoni (blocchi), in essa vi sono scolpiti di pietra alla parte di sopra uno leone et una leonessa; il leone dalla parte destra nell’uscire, et la leonessa dalla parte sinistra, et nella parte inferiore vi sono un orso dalla detta parte destra et dalla parte sinistra un’orsa con loro sacchi (cuccioli), che lattano, et tanto li leoni, quanto l’orsi vengono incatenati da una catena di pietra scolpita a guisa di catena di ferro. Alla parte di sopra vi è l’arco trave di pietra, sono in mezzo di esso arco trave due statue di pietra rossa, una di S. Pietro et l’altra di S. Paulo Apostoli,  et in mezzo di essi si legge un numero, che dice ottocento, forse quando fu edificata detta Chiesa correva l’anno ottocento del Signore. Sopra detto arco vi è l’agnello con la crocetta sopra l’homeri”.

Una menzione particolare merita la chiesetta di montagna dedicata a Sant’Anna, riaperta al culto il 26 luglio (giorno di Sant’Anna) 1985 con l’intervento del vescovo di Cerreto, Felice Leonardo. La chiesetta, veramente bella sia dentro che fuori, si trova isolata, a monte del centro abitato, in uno scenario naturale d’incomparabile bellezza. La chiesetta è stata realizzata ricostruendo l’antichissima cappella, sempre dedicata a Sant’Anna, risalente ai tempi della seconda “Pietraroja”.
Degne di nota sono anche due chiesette di campagna: una in contrada Mastramici, dedicata a S. Francesco e l’altra in contrada Cerquelle, detta cappella dei Sibrella, in onore di S. Rocco.

Cappella dei Sibrella in Contrada Cerquelle, nella parte bassa delle campagne pietrarojesi.



Meritano di essere menzionati anche i resti di un monastero benedettino dell’undicesimo secolo, intitolato a Santa Croce, sulla provinciale Pietraroja - Sepino, proprio sul valico di Santa Crocella (1.219 metri s.l.m.), nei pressi dell’edicoletta, posta nell’ottobre 1960, con croce in pietra e lapide, sulla quale è scritto: “Crux parva ubi monasterium clarum” (piccola croce dove esisteva un illustre monastero).

      Passo di Santa Crocella (1.219 m s.l.m.) - Immagine ravvicinata dell’edicoletta posta nell’ottobre 1960, con croce in pietra e lapide, sulla quale è scritto in latino: “crux parva ubi monasterium clarum” (piccola croce dove esisteva un illustre monastero).  


Il valico di Santa Crocella è una sella montana di grande suggestione paesaggistica, tra il Monte Tre Confini (1.419 metri s/l/m) e il Monte Moschiaturo, detto anche “Defenza” (1.470 metri s/l/m). Il valico si trova proprio sulla linea di confine tra i Comuni di Pietraroja e Sepino, tra le Province di Benevento e Campobasso e tra le Regioni Campania e Molise.
Il monastero di Santa Crocella è stato più volte portato alla ribalta della cronaca sulla stampa locale, sia in Molise che in Campania.


Dal 1960 l’edicoletta del passo di Santa Crocella contribuisce efficacemente a ricordare ai passanti sulla strada provinciale Cusano Mutri – Pietraroja – Sepino che in quel luogo, su quel valico di montagna, a 1.219 m s.l.m.,  a circa 7 km dal centro abitato di Pietraroja, c’era un antico e famoso monastero benedettino eretto nel 1140.
Il valico di Santa Crocella agevola l’attraversamento da un versante all’altro di questa zona montagnosa e si trova proprio sulla linea che fa da confine:
1) - tra le Regioni Campania e Molise,
2) - tra le Province di Benevento e Campobasso,
3) -  tra i Comuni di Pietraroja e Sepino.
A quella quota non fa mai caldo (anzi!) e spesso già a ottobre-novembre vi cade la prima neve.
I monti del Matese sono ricchi di vastissimi boschi (vere e proprie foreste), con una fauna d’eccezione che tra l’altro annovera il lupo e l’aquila reale.
Quando si attraversa il valico, è possibile ammirare un patrimonio naturale d’eccezione, assai prezioso oltre che attraente, e cresce sempre più l’auspicio di vederlo meglio gestito e tutelato, con uno sguardo non solo al passato, ricco di storia, ma anche al futuro,  per le notevoli potenzialità turistiche – e quindi economiche – che questo patrimonio naturale è in grado di esprimere, specialmente se salvaguardato. Peraltro in un’area geografica economicamente depressa che – ribadiamolo ancora una volta –  ripone nel turismo buona parte delle sue speranze di sviluppo.




Passo di Santa Crocella, studenti delle medie superiori (aspiranti ragionieri) durante un’uscita culturale nell’area del Matese.




 Nelle campagne di Pietraroja, in contrada “Case Varrone”, esisteva la cappella dell’Addolorata risalente al 1823, della quale si era persa traccia a causa della modifica del fabbricato in cui si trovava.
 Non sarebbe stato facile individuare il luogo dove fu costruita la cappella, se non si fosse avuta la fortuna di incontrare, qualche anno prima che morisse (il 22 gennaio 1995), una persona che la ricordava perfettamente: Pietro Varrone, classe 1910. Egli indicò con precisione l’attuale casa colonica appartenente alla famiglia Mendillo, ristrutturata alcuni anni addietro, che una volta fu la cappella dell’Addolorata. Essa fu funzionante fino alla Prima Guerra Mondiale (1915 - 1918), poi dal 1918 al 1920 servì come aula per la scuola primaria che Pietro Varrone frequentò. Sul muro del fabbricato (in catasto: foglio 25 - particella 80) c’è ancora una nicchia con 4 piastrelle in maiolica (“rigiole”) di fattura cerretese, datate 1823, con l’immagine della Beata Vergine dell’Addolorata.




IL PARCO GEO-PALEONTOLOGICO


La presenza a “Pietraroja”, a pochi metri dal centro abitato, un po’ più a monte, di rari resti fossili di animali e vegetali anche di circa 200 milioni di anni fa, contribuisce a rendere ancora più attraente, se non addirittura affascinante, un ambiente naturale di montagna tutto da vedere.













Il PaleoLab e il vicino Parco geo-paleontologico


I calcari fossiliferi di “Pietraroja” si formarono nell’Era Mesozoica, articolata nei suoi tre periodi: Triassico, Giurassico (da cui il famoso film sui dinosauri, “Jurassic Park”) e Cretaceo, in un ambiente di tipo lagunare, con acque calde e poco profonde, molto calme e con saltuarie comunicazioni con il mare aperto. Gli animali, uccisi da gas tossici sprigionati da flore batteriche, vennero ricoperti da sedimento (fine e vario materiale che nell’acqua si depositava sul fondo) e subirono, in tempi ovviamente molto lunghi, un lento processo di pietrificazione, assieme allo stesso sedimento, nel quale rimasero imprigionati.
Tra i tanti resti pietrificati di animali, sono stati ritrovati rettili fino a 30 centimetri, antenati dei “Rincocefali”, che attualmente vivono nelle famose isole “Galapagos”. Nel 1982 fu ritrovato anche un coccodrillo, portato per restauro presso l’Università di Torino.
Sono stati rinvenuti denti di 15 centimetri appartenuti ad un antenato dello squalo azzurro lungo 10 metri. E intorno al 1980 è stato rinvenuto un cucciolo integrale di dinosauro famoso in tutto il mondo (il celeberrimo Scipionyx samniticus, meglio noto come “Ciro”), che fu preso “temporaneamente” in consegna dal Museo Archeologico di Napoli (o più esattamente dalla Soprintendenza archeologica di Salerno).
La notizia, apparsa su tutta la stampa nazionale e internazionale, ebbe vasta eco, facendo aumentare notevolmente l’interesse per il Parco Geopaleontologico di Pietraroja.
Purtroppo i resti fossiliferi rimasti a Pietraroja non sono molti, perché sono stati quasi tutti dispersi in Italia (Torino, Verona, Napoli) e all’estero (Berlino, Londra, Parigi), dove vengono restaurati e studiati.




Studenti di scuola superiore (aspiranti ragionieri) all’interno del PaleoLab, che, dotato di una sala proiezioni anche tridimensionali, permette, mediante l’uso della tecnologia più avanzata, di avere una visione sintetica e gradevole di un percorso evolutivo complesso e affascinante.







ECCO CHI E’ “SCIPIONYX SAMNITICUS”, ALIAS “CIRO”, FOSSILE DI DINOSAURO TROVATO A PIETRAROJA (BN).

“Scipionyx samniticus”, alias “Ciro”, fu rinvenuto a Pietraroja verso la fine degli anni ‘70 da un paleontologo dilettante veronese, Giovanni Todesco.
Si disse all’epoca che Todesco, venuto a Pietraroja, da vero appassionato avesse cercato di procurarsi notizie e informazioni di ogni genere, anche le più semplici, sui fossili locali fermandosi cordialmente a parlare del più e del meno anche con la gente del posto, quando girava per il paese. Fu così che venne a sapere che un ragazzino possedeva una pietra con un fossile strano e chiese di vederla.

Il celeberrimo fossile di dinosauro "Scipionyx samniticus", ai più noto come "Ciro", famoso in tutto il mondo.
Fossile di cucciolo preistorico di dinosauro (“Scipionyx samniticus”, ai più noto come “Ciro”) rinvenuto verso la fine del decennio 1970 - 1980 sul Monte Civita di Pietraroja (BN), nel massiccio montagnoso del Matese. Lì l’animale preistorico visse 113 milioni di anni fa.

Apparteneva ad una specie molto simile ai temibili dinosauri carnivori denominati “velociraptor” e, come questi, anche“Ciro” apparteneva ad una specie che camminava sulle zampe posteriori ed era in grado di correre velocemente, proprio come si addice ad un abile predatore carnivoro.


“Scipionyx samniticus” è il primo dinosauro intero trovato in Italia e si tratta dell’unico dinosauro al mondo in cui siano visibili, oltre alle parti dure (ossa, denti, gusci), anche diverse parti molli, come l’intestino (con resti dell’ultimo pasto), il fegato, la trachea, gli occhi, la pelle e fasci di fibre muscolari del petto. Spiccano inoltre gli unghioni a mo’ di artigli.       



























Todesco non capì subito che si trattava di un dinosauro, ma considerò ugualmente molto interessante il fossile e propose al ragazzino di cederglielo in cambio di un regalo.
Passarono gli anni e solo nel 1993 Todesco entrò in contatto con l’esperto paleontologo Giorgio Teruzzi, del Museo di Scienze Naturali di Milano, che riconobbe “Scipionyx” per quello che è: un fossile di dinosauro!


A Todesco va perciò riconosciuto il grande merito di essersi subito reso conto di avere a che fare con un fossile non comune e di averlo conservato con cura, consentendo così ad esso di ottenere una meritata ribalta mondiale.


Lo stato di conservazione del dinosauro di Pietraroja è eccezionale. Il fossile mostra persino i resti degli organi interni. 

































Uno degli unghioni con i quali smembrava le prede.



I locali (studiosi campani) confidenzialmente lo soprannominarono subito “Ciro”, ma solo da giovedì 26 marzo 1998, con la sua presentazione al Museo di Storia Naturale di Milano, in contemporanea con uno studio pubblicato sulla rivista “Nature", “Ciro” è diventato famoso in tutto il mondo e gli scienziati, imbarazzati nel chiamarlo “Ciro”, gli hanno dato un nome serio, scientifico: Scipionyx samniticus. 



“Scipio” in onore di Scipione Breislak, un famoso geologo borbonico della seconda metà del 1700, il quale nel 1798 descrisse per primo i fossili di Pietraroja e, tra l'altro, così scrisse: " … Questa montagna in alcune parti è composta di pietra calcarea scissile con impressioni di pesci…".




Mentre “onix” significa artiglio, ad indicare le tipiche estremità delle zampe con cui il bipede carnivoro afferrava la preda, che poi smembrava con la robusta dentatura. Infine “samniticus” si riferisce al Sannio, il nome latino della zona di Benevento e Pietraroja.
“Scipionyx” visse 113 milioni di anni fa, nel Cretacico inferiore, il terzo periodo dell’Era Mesozoica, compreso tra 145 e 65 milioni di anni fa, in un ambiente di tipo lagunare, detto il “Mare della Tetide”, caratterizzato da gruppi di isole che molti milioni di anni dopo si sarebbero trasformate nelle nostre regioni. Allora la temperatura media era più elevata di adesso, anche in considerazione del fatto che l’area dove sarebbe affiorata l’Italia si trovava quasi all’Equatore. Insomma il clima era caldo, di tipo tropicale, con un ambiente simile a quello delle odierne isole Bahamas.

Foto da Sudovest

Secondo diversi scienziati, probabilmente travolto da un’onda di piena durante un’alluvione causata da un uragano, “Scipionyx”, proprio perché piccolo e debole per la sua tenera età, e quindi incapace di difendersi dalla furia degli elementi,  annegò e il suo corpo andò a depositarsi sul fondo limaccioso della laguna, dove non si decompose per la presenza di sostanze tossiche.
Il corpo fu ricoperto da strati di sedimento (fine e vario materiale che nell’acqua si depositava sul fondo) e in quella specie di bara naturale priva di ossigeno e di batteri che lo facessero decomporre, il corpo del piccolo animale iniziò un lentissimo processo di pietrificazione, assieme allo stesso sedimento nel quale rimase imprigionato. Gli strati calcarei dov’era sepolto “Scipionyx”, poi, lentamente si sollevarono ed emersero dalle acque, fino a formare quelli che oggi sono i monti del Sannio.
Quando morì, “Scipionyx” aveva poche settimane di vita e misurava una cinquantina di centimetri di lunghezza (i resti fossili ovviamente meno, data anche la posizione che il piccolo animale assunse quando rimase pietrificato). Da adulto avrebbe raggiunto la  lunghezza di un metro e mezzo e il  peso di 15 - 20 chilogrammi. L’animale camminava sulle zampe posteriori e probabilmente era in grado di correre velocemente, proprio come si addice ad un abile predatore carnivoro.
“Scipionyx samniticus” è il primo dinosauro intero trovato in Italia e si tratta dell’unico dinosauro al mondo in cui siano visibili, oltre alle parti dure (ossa, denti, gusci), anche diverse parti molli, come l’intestino (con resti dell’ultimo pasto), il fegato, la trachea, gli occhi, la pelle e fasci di fibre muscolari del petto. Spiccano inoltre gli unghioni a mo’ di artigli.     







DON LORENZO DE CARLO E I FOSSILI DI PIETRAROJA

Don Lorenzo De Carlo, arciprete, nato a Pietraroja il 3 agosto 1884 e morto a Pietraroja il 16 febbraio 1967 all’età di 83 anni, viene ricordato ancora oggi per la sua incisiva ed estrosa capacità di sottoporre all’attenzione di tutti anche le cose apparentemente più semplici, evidenziandone gli aspetti più interessanti o suscitando la curiosità della gente con forme di attrazione a volte veramente originali.





Personaggio di colore, don Lorenzo De Carlo si dilettava anche a fare il politico, il poeta, il musicista, il fuochista, il fotografo ed era presente in tutte le manifestazioni popolari di Pietraroja. 



Era un apprezzato oratore e predicatore e, nella vita privata, coltivava con grande passione anche l’hobby della caccia.












Don Lorenzo aveva intuito che i fossili di Pietraroja avrebbero un giorno potuto portare all’attenzione nazionale e internazionale il suo paesello e si adoperava non poco per suscitare, almeno nella sua regione, interesse per quel patrimonio preistorico ancora praticamente sconosciuto.





Usando una cinepresa, aveva realizzato un film muto (più esattamente un documentario) su Pietraroja e i suoi fossili e lo proiettava, commentandolo come si faceva con i film muti, nei teatri della regione in occasione di conferenze. Munito di una lunga canna, indicava, commentandola con suggestione, ogni sequenza.





Al termine della proiezione teneva la sua conferenza aperta al dibattito, in cui metteva in luce le bellezze e le memorie fossili della sua terra, auspicandone un grande avvenire.
Concludeva con lo sguardo e le mani rivolti al cielo, invocando lo Spirito Santo affinché facesse un giorno aleggiare il nome di Pietraroja in tutto il mondo per l’importanza dei suoi fossili.
Don Lorenzo sarebbe sicuramente contento oggi che dal ventre della sua terra è venuto fuori, con grande ribalta internazionale, “Scipionyx samniticus”, ai più noto come “Ciro”, cucciolo di dinosauro vissuto a Pietraroja 113 milioni di anni fa.




A conclusione di questa nota, voglio evidenziare l’estrosità dell’oratore che, al termine della sua manifestazione, sorteggiava un prosciutto ed un sacchetto di lenticchie di Pietraroja, che regalava all’uditorio: ad ogni persona presente veniva dato un numero. Poi, con l’estrazione a sorte, venivano assegnati in regalo il prosciutto ed il sacchetto di lenticchie.
Veramente ingegnoso don Lorenzo. E’ vero che ci rimetteva i due premi, ma raggiungeva pienamente lo scopo di riuscire a far intervenire alla manifestazione molta gente che, nella speranza di ricevere gratis il prosciutto o, in alternativa, almeno il sacchetto di lenticchie, accorreva in gran numero e veniva a conoscenza di Pietraroja e delle sue bellezze, comprese quelle preistoriche.

Veduta aerea da Sudest




























LE ATTIVITÀ ECONOMICHE

“Pietraroja”, paesello di montagna, con i suoi 832 metri sul livello del mare del centro abitato, è il “tetto” della Provincia di Benevento.
Attualmente ha meno di 600 abitanti. Nel 1532 la popolazione era di 56 fuochi, che nel 1648 aumentarono a 119, per poi scendere a 69 nel 1669, a causa della mortalità dovuta alla peste del 1656. Nel 1791 gli abitanti aumentarono a 1.673 e divennero 2.135 nel 1861. Nel 1958 furono 1.231, poi in continua diminuzione a causa dell’emigrazione.







L’economia è essenzialmente basata sulla pastorizia e un po' anche sulla coltivazione della terra.

La coltivazione della terra è oggi molto ridotta perché la resa di questi terreni montani è assai modesta, ma fino ad alcuni decenni fa, nonostante fosse poco redditizia, l’agricoltura veniva praticata un po’ ovunque, dalle quote più basse fino ad oltre i mille metri di altitudine, con coltivazioni soprattutto di frumento, patate, legumi e granoturco.

E a proposito dei legumi, sono stati sempre molto richiesti le lenticchie e i fagioli di Pietraroja perché squisiti e profumati durante e dopo la cottura. Le persone più anziane ricordano ancora che in occasione delle fiere mensili del confinante paese di Cerreto Sannita, quando i contadini di Pietraroja scendevano a vendere le lenticchie e i fagioli pietrarojesi, c’era una vera e propria corsa all’acquisto di questi prodotti.

L’allevamento, soprattutto di ovini, è invece ancora importante per gli abitanti di “Pietraroja”. Ma si allevano anche cavalli e bovini. Questi ultimi sia allo stato brado che in stalla. Per cui è molto praticata la fienagione.




Fino a circa 30 anni fa le stalle delle pecore si trovavano nel centro abitato, in stanze del piano terra di case di abitazione. Poi le stalle, decisamente più moderne e spaziose, sono state realizzate fuori dal centro abitato.

L’allevamento degli ovini è stato caratterizzato, fino ad alcuni decenni orsono, dal fenomeno della transumanza (che a “Pietraroja” chiamano “ transumaziòn’ ”), quasi tutta verso la Puglia.
Decine di migliaia di pecore, a causa del rigore dell’inverno pietrarojese, non potevano esse fatte svernare a “Pietraroja”, in stalla col fieno, o nelle immediate vicinanze, per cui venivano condotte nelle pianure pugliesi, prevalentemente all’altezza del Gargano. La partenza da “Pietraroja”, a gruppi di 5 o 6 mandrie di 200 - 300 pecore guidate dai pastori, avveniva tra l’ultima settimana di ottobre e San Martino (11 novembre) e l’arrivo in Puglia avveniva dopo circa 12 giorni, percorrendo un “tratturo” largo circa 60 passi.
Si aveva cura di far coincidere la partenza con la luna piena, per una migliore visibilità durante le ore notturne, anche se di notte le pecore, pur con la luna, si spostavano con grande difficoltà, al contrario di bovini e cavalli. Per cui di notte era necessario accamparsi sul “tratturo”, facendo stare le pecore in recinti di rete.
Tutti i pastori dovevano osservare una regola ferrea durante il percorso sul “tratturo”: il “divieto di sorpasso”. Una mandria non poteva superarne un’altra, forse per evitare commistioni di animali di più mandrie o, cosa ancora più probabile, per evitare la corsa a chi arrivava prima in Puglia per conquistare i pascoli migliori, sfiancando gli animali, peraltro già gravidi.
La transumanza dei bovini è stata praticata fino alla fine del decennio 1970 - 1980.
Il ritorno a “Pietraroja” avveniva dopo circa 7 mesi, entro il 13 giugno (S. Antonio).
Essendo patrono di ”Pietraroja” S. Nicola, la festa patronale non si poteva celebrare il 6 dicembre (giorno di S. Nicola, previsto dal calendario), quando i numerosi pastori stavano in Puglia, per cui fu spostata alla domenica precedente il 24 giugno.




Pastore ultrasettantenne che collabora nell'attività di pastorizia a conduzione familiare.



Il Papa Clemente XII° – raccontava Domenico Falcigno, sindaco di Pietraroja dal 1970 al 1985 – con decreto pontificio del 14 maggio 1732, proclamò S. Nicola di Bari protettore principale di “Pietraroja”, accogliendo la richiesta del Clero, che attribuì al Santo un fatto miracoloso verificatosi col catastrofico terremoto del 1688, che distrusse la terza “Pietraroja”, compresa la chiesa fuori le mura che era dedicata a S. Paolo, antico protettore. Gli storici dell’epoca scrissero che, nell’ammasso di rovine, con ecatombe di fedeli, la sola statua di S. Nicola rimase sul suo piedistallo, rivolta verso l’altare maggiore, dove era esposto il SS. Sacramento.
L’economia pietrarojese è in crisi ancora più seria che altrove. La pastorizia e l’agricoltura vanno sempre più regredendo a causa soprattutto delle vecchie logiche di conduzione, che devono essere necessariamente superate, se si vuole guardare con un po’ di ottimismo al futuro.
Il turismo, poi, in cui vengono riposte grosse speranze di sviluppo, stenta a decollare, e quanto alla valorizzazione del “Parco Geopaleontologico”, si è fatto qualcosa, ma molto si può ancora fare. E sarebbe anche di grande importanza per la forte spinta che l’attrazione turistica del “Parco” può dare all’economia locale.

Premesso che a Pietraroja la coltivazione della terra e l’allevamento allo stato brado costituiscono risorse economiche decisamente insufficienti ad assicurare condizioni di sviluppo almeno accettabili, occorre considerare l’importanza delle notevoli potenzialità turistiche, finora purtroppo poco o niente sfruttate.
Costituiscono importanti attrazioni:
·       il parco geopaleontologico, con una vasta gamma di rari e numerosi resti fossili, tra i quali spicca il celeberrimo “Scipionyx smniticus”, ai più noto come “Ciro”, fossile di dinosauro di 113 milioni di anni fa famoso in tutto il mondo;
·       il Paleo-Lab, moderno museo – laboratorio di paleontologia, inaugurato il 10 aprile 2005; si tratta di una struttura scientifica unica in Italia;
·       l’affascinante e vastissimo paesaggio montano, peraltro ricco di boschi (vere e proprie foreste) e con una fauna d’eccezione che tra l’altro annovera il lupo e l’aquila reale;
·       la temperatura fresca anche in estate, quando a quote meno elevate il caldo è spesso insopportabile;
·       l’assenza di rumori;
·       l’acqua pura delle sorgenti, che molti attingono e si portano a casa in appositi recipienti;
·       le escursioni, anche guidate;
·       la gastronomia locale, caratterizzata da prodotti genuini molto apprezzati, tra cui il famoso prosciutto;
·       l’aria salubre, ben diversa da quella inquinata dal traffico automobilistico o da attività industriali e commerciali, oppure dall’agricoltura intensiva;
·       l’artigianato locale.




Castagneto in contrada Filette








A questi e ad altri richiami difficilmente sanno resistere coloro che abitualmente vivono in luoghi dove tutte queste cose si possono solo immaginare.
Del resto è facile comprendere il desiderio di venire a contatto con un ambiente naturale rilassante e tutt’altro che monotono e che, nello stesso tempo, consenta di evadere dalla stressante vita di tutti i giorni.
Se poi – com’è auspicabile – vengono gradualmente realizzate idonee e sufficienti attrezzature turistico-alberghiere, il flusso turistico diventerebbe sempre più sistematico e sempre meno sporadico.
Le buone condizioni ambientali hanno spesso favorito, anche in passato, casi di longevità.

Ancora oggi viene ricordato un parroco di Pietraroja che visse 124 anni: Clemente Petrillo, dal 1493 al 1617. 
Egli scrisse una cronaca dei tredici vescovi telesini che ressero la sua parrocchia.







GLI APPUNTAMENTI DELLA TRADIZIONE


Festa di S. NICOLA, patrono

la domenica precedente il 24 giugno (S. Giovanni)
Festa della MADONNA DEL CARMELO (gliu Carmn’: Il Carmine)
 il 16 luglio
Festa di S. ANNA
 il 26 luglio
Festa della MADONNA DELL’ASSUNTA
 il 15 agosto
Festa di SAN ROCCO (Pietraroja centro)
 il 16 agosto
Festa di SAN ROCCO (alla contrada Cerquelle)
la domenica successiva al 16 agosto
Festa degli EMIGRANTI
viene stabilita anno per anno di solito tra il 17 e il 20 agosto
Festa di SAN FRANCESCO (alla contrada Mastramici)
 il 4 ottobre





Ogni anno, poi, c’è una particolare “kermesse” organizzata nel mese di agosto: la Sagra dei prodotti tipici locali.









Questa sagra è ovviamente finalizzata anche a valorizzare le risorse locali: culturali, storiche, naturali, gastronomiche. Dagli stand della Pro Loco e di ristoratori locali vengono proposti piatti tipici e genuini quali:
·        i “carrati”: tipici e ricercati maccheroni locali al ragù fatti a mano;
·        arrosto di agnello;
·        braciole di pecora;
·        salsicce e carne di vitello locali;
·        salumi (capocollo, pancetta, soppressata);
·        pizzette fritte e dolci gustosi;
·        formaggi locali (pecorino, caciocavallo, ricotta);
·        “trit’gli e pepàugli” (pezzetti di carne di maiale fritti assieme a peperoni sotto aceto).




      
   Immancabile, alla sagra, il famoso prosciutto di Pietraroja, che al “Salone del gusto” di Torino è stato definito squisito, prelibato, unico. 








I visitatori possono così degustare prodotti rigorosamente locali, godendo dell’aria fresca di montagna, piacevolmente gradita nella calura estiva, allietati da spettacoli e musica dal vivo.
Si organizzano, inoltre, visite guidate al sito geopaleontologico con annesso Museo Paleo Lab.
A proposito di sagre ed altre manifestazioni simili, è però opportuno sottolineare che se i prodotti tipici sono importanti per l’economia locale, è bene dedicare molta attenzione alle opportunità di richiamo turistico offerte dalle memorie storiche, anzi preistoriche: i famosi fossili di Pietraroja.



I CARRATI

I Carrati di Pietraroja sono dei tipici e ricercati maccheroni locali, fatti a mano con ingredienti e salsa particolari, come il sugo di carne di pecora giovane (non ancora avviata alla riproduzione), detta anche “ciavarra” o “chiuppaiola”.
Per preparare questi gustosi maccheroni ad un pranzo per 6 persone, si prendono:
·       1 kg di farina
·       2 uova
·       due bicchieri di acqua


Dopo aver sbattute le uova, si aggiunge l’acqua e poi la farina, e si impasta. La pasta si lavora a mano, con cura e a lungo, fino a quando non si sentono rompere sotto le dita le bollicine d’aria che si formano nella pasta.
Dalla pasta si ricavano delle sfoglie rettangolari, a mano (con il matterello) o con la macchina per fare i maccheroni in casa (predisponendo la misura che consente il maggiore spessore delle sfoglie). 
Ogni sfoglia viene poi tagliata per ricavare delle strisce della larghezza di circa 3 cm. Quindi ogni striscia si taglia trasversalmente per ricavare dei pezzetti di pasta larghi 3 – 4 mm.
Questi pezzetti di pasta vengono schiacciati (quanto basta) e arrotolati (cioè carriati, da cui “carrati”) con apposito bastoncino di ferro.
Probabilmente quest’ultima operazione e la stessa denominazione di questi tipici maccheroni di Pietraroja (i “carrati”) derivano dalla denominazione “strascinati” che viene attribuita ad un tipo di maccheroni che si fanno ancora in Puglia, dove i Pietrarojesi svernavano con decine di migliaia di pecore all’epoca della transumanza.

I “carrati” così ottenuti si mettono ad asciugare su una superficie piana (ovviamente ben pulita) o su una rete sottile e a maglia molto stretta, in modo da consentire (con l’uso della rete) una più rapida essiccazione della pasta, che, divenendo asciutta, si conserva (si “mantiene”) per più lungo tempo (in genere fino ad una settimana), se non la si vuole cuocere subito o la si vuole cuocere in più volte.
La pasta essiccata si può conservare anche in congelatore per circa un anno. In tal caso, quando la si vuole cuocere, si mette in pentola acqua e sale e quando l’acqua giunge a bollitura, si calano i “carrati” senza farli prima scongelare.

Si utilizza poi 1 kg di carne sgrassata di pecora. La si arrotola e la si mette a rosolare con olio d’oliva. Quindi la carne rosolata si mette in pentola con acqua e salsa di pomodoro e la si lascia bollire per 2 – 3 ore (a seconda della durezza della carne), a fuoco lento, fino alla cottura della carne. Il sugo che si ottiene deve essere piuttosto denso. Meno giovane è la pecora e più dura (ma più carica di sapore) è la carne.
In un’altra pentola, portata a bollitura l’acqua con il sale, si calano i “carrati” e li si porta ad una cottura al dente, e si scolano.

Infine si prende una grossa zuppiera e vi si mette del sugo ottenuto con la carne di pecora, sul quale si aggiunge un primo strato di “carrati” cotti e formaggio pecorino, e si mescola (in genere con un cucchiaio di legno di discrete dimensioni). Si ripete l’operazione con il resto dei “carrati” cotti, realizzando vari strati successivi. A volte si aggiungono anche noci fatte a pezzettini.
Dopo avere ben mescolato, i “carrati” si possono servire a tavola.



Maggio 2016





  

prof. Emidio Civitillo

autore delle ricerche e dei testi di questa pubblicazione


emidiocivitillo@gmail.com





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