venerdì 10 febbraio 2017

Sorgenti di Cusano M.



La  “Fontana Vecchia”, la sorgente da cui essa deriva e diverse altre sorgenti di Cusano Mutri


Si trova a poche centinaia di metri dal palazzo comunale, in direzione nordovest. - Foto di Marina Sasso

La "Fontana Vecchia" ha avuto sicuramente grande importanza nella storia passata dell’approvvigionamento idrico per il centro abitato di Cusano Mutri e si trova un po’ più a monte di esso, in direzione nordovest, in contrada Pianello, vicino alla strada comunale.


La sorgente che alimenta la “fontana” si trova a circa 500 metri più su (nei pressi della strada comunale “Valle Silvana”). Vari secoli fa l’acqua venne canalizzata dalla sorgente alla "fontana", con una conduttura rustica che poteva essere accettabile in un passato più o meno remoto, ma oggi sicuramente no, perché non assicura più la potabilità dell'acqua.



Alla “fontana” si recavano tante persone, non solo per attingere l’acqua, ma anche per lavare i panni. Successivamente la tubazione venne allungata, con tubi di terracotta, fino al piccolo sagrato antistante la chiesetta di San Rocco, realizzando sotto il sagrato una struttura quasi identica a quella che circa 150 metri più su ha oggi la “Fontana Vecchia”. 

Praticamente, con la “fontana nuova” davanti alla chiesetta di San Rocco, l’acqua della sorgente fu portata fin quasi dentro il centro abitato, allo scopo evidentemente di agevolare gli abitanti che, in tal modo, facevano un percorso molto più breve per attingere l’acqua e per lavare i panni.
Su una pietra, posta nel muro da cui fuoriesce l’acqua della “Fontana Vecchia”, si legge l’anno 1718 preceduto dalla scritta RESTAURARUNT, ad indicare l’anno in cui la “fontana” venne restaurata.


La “Fontana Vecchia” con la scritta su pietra lapidea del 1718




La scritta è stata da me leggermente evidenziata, per consentire una più facile lettura durante la visualizzazione.




























Su un’altra pietra, incastonata nella copertura ad arco della “Fontana Vecchia” si legge, scolpito, l’anno 1823. Lo stesso anno risulta scolpito sul lato esterno della vasca in pietra lavorata nella quale scorre l’acqua della “fontana”. Probabilmente si tratta dell’anno di restauro della copertura e della messa in opera della vasca in pietra.
Sono, per l’approvvigionamento idrico dei Cusanesi, date storiche, che consentono di ricordare un’importantissima opera, risalente a diversi secoli fa.





























La copertura ad arco, che oggi costituisce un abbellimento quasi esclusivamente dal punto di vista architettonico, in passato, proteggendo dalla pioggia chi si recava alla “fontana”, deve aver costituito un’opera molto utile.
Venendo, infatti, la “fontana” utilizzata anche per lavare i panni, gli abitanti (soprattutto le donne) potevano dedicarsi a questa operazione anche quando pioveva e non era possibile dedicarsi ad altre attività, specialmente a quelle rurali a causa della pioggia o semplicemente del terreno bagnato.
Le persone anziane di Cusano, soprattutto quelle che abitano nella parte alta del centro abitato, ricordano che sotto il sagrato della chiesetta dedicata a San Rocco posta quasi alla periferia di Nordovest del centro storico, non lontano dal palazzo comunale, si trova una struttura quasi identica a quella che ha ancora oggi la “Fontana Vecchia”, che si trova circa 150 metri più su vicino alla strada comunale. Davanti alla chiesa di San Rocco detta struttura non è più visibile, perché circa 60 anni fa venne chiusa con un muro per impedirne l’accesso, non si sa bene per quale motivo.
In tempi recenti, quando ancora non si erano diffusi gli automezzi e si camminava prevalentemente a piedi, molti passanti si sono rifugiati sotto la copertura ad arco della "Fontana Vecchia" per ripararsi dalla pioggia, specialmente da improvvisi acquazzoni.





Nel 2002, per iniziativa della Pro Loco Cusanese, venne apposta vicino alla “fontana” una scritta su pietra lapidea soprattutto per consentire a turisti e visitatori (ma non solo) di conoscere il nome della “fontana”.



























Realizzata la fontana “nuova” (sotto il sagrato della chiesetta di San Rocco), quella realizzata molto prima in Contrada Pianello venne chiamata fontana vecchia” e tale nome le è rimasto.

Pertanto l’aggettivo “vecchia” fu attribuito, proprio per distinguere le due fontane (la vecchia e la nuova), solo dopo che venne realizzata la “nuova” (davanti alla chiesa di San Rocco).




La sistemazione e il restauro di antiche opere come questa, che hanno caratterizzato la storia e i sistemi di vita della gente di Cusano di una volta, consentirebbe alle nuove generazioni di veder ripristinati antichi valori, che possono essere trasmessi (e non è cosa da poco)  anche alle generazioni future. 
Ovviamente andrebbe rifatta la conduttura di poche centinaia di metri che separano la “Fontana Vecchia” dalla sorgente.
La conduttura è ancora quella che venne realizzata secoli fa a guisa di piccolo e rudimentale canale di scolo sotterraneo, che peraltro attraversa terreni coltivati, per cui è molto elevato il rischio di infiltrazioni di sostanze inquinanti nell'acqua della "fontana".
Ci vorrebbe veramente poco a sistemare la "Fontana Vecchia" e – cosa molto importante – verrebbe anche assicurata alla "Fontana" l'ottima potabilità dell’acqua della sorgente.




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Approfitto di questa occasione per aggiungere notizie molto sintetiche relative a diverse altre sorgentidi Cusano Mutri.
Notizie che sono utili non solo a conoscere la quantità e i nomi delle numerose sorgenti, ma anche per poter in seguito riprendere dette notizie per interessanti approfondimenti con numerose immagini a colori.

Diverse sorgenti, chiamate anch’esse comunemente fontane nel gergo locale, si trovano alla base della cresta del Monte Mutria (1.823 m s.l.m.).

Lungo questa fascia pedemontana della cresta (qui innevata) del Monte Mutria, evidenziata con le frecce, si trovano numerose ottime sorgenti, che meritano una tutela molto più accurata, se non si vuole correre il rischio che vengano inquinate.


La fascia pedemontana che si trova alla base del ripido pendio che caratterizza la cresta del Monte Mutria, da “Fontana Tasso” a “Bocca della Selva”, è costituita in prevalenza da terreno molto fertile e permeabile ed è denominato in dialetto locale terreno di “fulétto”.
Detto terreno deriva dall’azione di dilavamento e di erosione dell’acqua piovana e delle valanghe di neve soprattutto in tempi remoti, rimanendo accumulato lungo l’anzidetta fascia pedemontana.
Sotto questo strato di terreno di “fulétto” si trova uno strato di terreno argilloso che, essendo impermeabile, determina l’affioramento in superficie delle vene d’acqua, dando luogo a numerose sorgenti perenni. Vengono qui di seguito riportate le sorgenti più note.

Al di sotto della strada panoramica Sud-Matese che sale a Bocca della Selva, raggiungibile in poco tempo da Cusano Mutri e Pietraroja:

Fontana Sparago, a circa un chilometro da Bocca della Selva, ad una quota di circa 1.250 metri s.l.m., vicino alla strada comunale che scende a Fontana Paola e prosegue, come strada mulattiera, verso la “Costa del Monaco” e poi giù fino alle contrade Cerracchito e San Felice.

Fontana Paola, a circa due chilometri da Bocca della Selva, ad una quota di circa 1.200 metri s.l.m..

Fontana Paola, a circa 1.200 m di quota.


Altra immagine di Fontana Paola

Fontana Vertoli, a quota leggermente inferiore a quella di Fontana Paola. Questa “Fontana”  è una copiosa sorgente ed è stata captata per alimentare l’acquedotto comunale.


Questa copiosa sorgente alimenta l'acquedotto comunale per il centro abitato.



Fontana Sant’Onofrio, a quota superiore a quella di Fontana Vertoli.  Anche Fontana Sant’Onofrio è stata captata per alimentare l’acquedotto comunale.

Fontana Pozzo Iasasso, a circa 1.185 m s.l.m. e a circa 200 metri dalla strada provinciale panoramica Sud-Matese che sale a Bocca della Selva, da cui la sorgente dista un paio di chilometri.
Ottima sorgente, anch’essa contribuisce ad alimentare l’acquedotto comunale.





Al di sopra della strada panoramica Sud-Matese:

Fontana Frecchie, che si trova nella parte alta della località “Sambuco” di Monte Mutria,  ad una quota di circa 1.230 metri s.l.m.. Dalla provinciale Sud-Matese , le due brevi strade di accesso a questa “Fontana” e a quella precedente (“Pozzo Iasasso”) si dipartono dallo stesso punto, ma in direzione opposta: la prima a salire dalla provinciale e la seconda a scendere.


Dalla strada provinciale che scende da Bocca della Selva.




Fontana TASSO , in prossimità (a circa 200 metri) della strada provinciale panoramica Sud-Matese che sale a Bocca della Selva, ad una quota di circa 1.090 metri s.l.m..
L’abbondanza di acqua di questa sorgente ne ha consentito una parziale preziosa captazione per alimentare l’acquedotto rurale di Cusano Mutri.



Dalla strada provinciale che scende da Bocca della Selva.


Fontana SAN PIETRO, in località “Sambuco” di Monte Mutria,  ad una quota di circa 1.150 metri s.l.m.. La vena d’acqua di questa sorgente affiora sia al di sopra che al di sotto della strada provinciale panoramica Sud-Matese che sale a Bocca della Selva.

IL MONTE ERBANO, la cui quota massima è di 1.385 m, situato, con notevole sviluppo in lunghezza da Sudest verso Nordovest, sul lato Ovest della valle di Cusano Muri, ha vene d’acqua profonde ed è piuttosto povero di sorgenti, per cui le poche sorgenti che vi si trovano sono oggetto di particolare attenzione, vista l’importanza che esse hanno specialmente per dissetare gli animali al pascolo.

Le “fontanelle” di CALVARUSE
A Calvaruse – in località Fontanelle – i pastori hanno più volte caldeggiato la realizzazione di una cisterna foderata con argilla impermeabilizzante e la captazione della vena d’acqua che affiora vicino al fosso che scende dalla zona di Monte Erbano detta Sant’Angiolillo (in dialetto cusanese: Sant’Agn’rigl’).
Sull’esempio della cisterna foderata con argilla impermeabilizzante, realizzata dalla Comunità Montana vicino al “Pozzo del Prainone”, cisterna che consente la disponibilità di una preziosa riserva idrica nel periodo dell’anno di massima magra (dalla metà di luglio alla fine di settembre), quando diventa in molti casi problematico dissetare gli animali, i pastori hanno auspicato la realizzazione di un’analoga cisterna in terra battuta, sotto e intorno a tubi di cemento (del diametro di due metri) posati in verticale, a Calvaruse in località Fontanelle, unitamente alla captazione della vena d’acqua che lì affiora.
Si tratterebbe di un’opera nel complesso modesta per costo e tempi di realizzazione, ma di enorme importanza per i pastori, in una zona in cui la scarsità di acqua rende questo bene ancora più prezioso che altrove.
L’attuale abbeveratoio, ad estate inoltrata, quasi ogni anno non viene più alimentato dalla sorgente che va in secca, per cui la realizzazione dei lavori appena descritti diventerebbe di grande importanza.


PUNTI D’ACQUA lungo il percorso Civitella Licinio  – Chianezza  –  Piana Del Campo – Fontana Del Campo.

·         Fontana di località Fontanelle a Civitella Licinio
·         Fontana di località Pisciarello
·         Pozzo Capuano
·         Fontana del Campo
·         Pozzo e Laghetto che si forma nella dolina di Chianezza
·         Laghetto che si forma nella dolina della Piana del Campo


Fontana di località FONTANELLE a Civitella Licinio (frazione di Cusano Mutri)
La “Fontana” ricavata dalla sorgente poco a monte del centro abitato, è realizzata in pietra e cemento con lavatoio per i panni e con un abbeveratoio in cemento; il muretto che la circonda su tre lati è rivestito di lastre di pietra di colore bianco e ocra; la sua acqua viene usata da molti abitanti del centro abitato di Civitella e delle zone limitrofe; fino a poco tempo fa essi si recavano ad attingerla direttamente sul posto, mentre ora possono procurarsela più giù in località Canale, dove arriva con apposita conduttura.

Fontana di località “PISCIARELLO”
Si trova tra i castagneti ad una quota superiore a quella del centro abitato di Civitella Licinio.



Il  POZZO CAPUANO



Il Pozzo Capuano si trova a quota 850 m s.l.m.; è un pozzo rivestito in pietra, con vicino un abbeveratoio per le mandrie, anch’esso in pietra.
Il “Pozzo Capuano” è così chiamato perché venne realizzato per iniziativa di una pastore di Capua, intraprendente e competente, il quale si accorse che in quel punto era possibile realizzare un pozzo ed avere così l’acqua in una zona dove essa, essendo molto scarsa, era veramente preziosa, soprattutto per dissetare i suoi animali e quelli degli altri pastori, con l’aiuto dei quali venne realizzato il “Pozzo”.
Il “Pozzo Capuano” è caratterizzato da un orlo in pietra monolitica, ossia formato da un solo blocco di pietra modellato a forma di ciambella.


Anche qui, nel 2002, per iniziativa della Pro Loco Cusanese, venne apposta vicino al “Pozzo Capuano” una scritta su pietra lapidea per consentire soprattutto a turisti e visitatori di conoscere il nome dell’importante “Pozzo”. 





FONTANA DEL CAMPO


La “Fontana del Campo”, a quota 1.233 m sul Monte Erbano, con l’abbeveratoio utile soprattutto agli animali allo stato brado.

Posta a 1.233 m s.l.m., la “Fontana del Campo”, derivante dall’affioramento di una preziosa vena d’acqua, è costruita in pietra e porta scolpiti, su una delle sue facce, lo stemma di Cusano Mutri (tre torri) e la data di costruzione: 1803. Anche questa “fontana” è dotata di un abbeveratoio per gli animali allevati nella zona allo stato brado.



Pozzo e laghetto che si forma nella dolina di CHIANEZZA
CHIANEZZA è un vasto pianoro sul Monte Erbano, a 954 m s.l.m.; dista circa 1 km dalla Piana del Campo, a Sud di questa. Vi si allevano soprattutto bovini ed equini allo stato brado.



Uno scorcio di Chianezza

Il posto è dotato di una cisterna rivestita in pietra, a forma di pozzo ricoperto (“il pozzo di Chianezza”) che permette agli animali di venire dissetati previo attingimento dell’acqua che viene versata in un abbeveratoio.
Sul vasto pianoro di CHIANEZZA si forma anche un modesto laghetto (detto sòglio in dialetto locale) derivante dall’acqua piovana.
Il pianoro di CHIANEZZA è stato in passato intensamente coltivato, quasi esclusivamente dai Civitellesi, che vi producevano soprattutto grosse quantità di patate.


Laghetto (o sòglio) che si forma all’estremità Ovest della PIANA DEL CAMPO.


Fuoristrada in escursione, qui ritratti vicino al laghetto (sòglio) della "Piana del Campo", sul Monte Erbano.


Anche sulla PIANA DEL CAMPO si forma un modesto laghetto (detto sòglio in dialetto locale) derivante dall’acqua piovana.
La PIANA DEL CAMPO (977 m s.l.m.), posta a quota leggermente superiore a quella di CHIANEZZA, è un pianoro lungo circa un km.
A differenza di CHIANEZZA, la PIANA DEL CAMPO non si è prestata ad essere coltivata, perché interessata da gelate tardive, che non hanno consentito le coltivazioni.

Sorgente CALVARIO
La sorgente Calvario deriva da vene d’acqua lungo le pendici di monte Erbano, in località dietro al Calvario, a nordovest del centro abitato di Cusano Mutri, ad una quota di circa 510 metri s.l.m..


Sorgente nello SCARRUPATO DI CARDACCI




A circa 2 km ad Ovest del centro abitato di Cusano Mutri, in località Cardacci, ad una quota di circa 680 metri s.l.m., lungo il ripido pendio del Monte Erbano, il 4 novembre 1922 si verificò un imponente smottamento roccioso causato da un notevole flusso d’acqua fuoriuscito da un foro della montagna a causa delle abbondanti piogge.
Ancora oggi quell’imponente smottamento roccioso, detto “lo scarrupato di Cardacci”, è ben visibile anche da lontano.
Dal foro dello “scarrupato di Cardacci” fuoriesce una sorgente, che è copiosa nei mesi invernali, ma si riduce sensibilmente nei mesi estivi.




Fontana AMMICCOLA





La sorgente Ammiccola (in dialetto locale “Fontana Lammicco”, ossia piccolo getto d’acqua che caratterizza la fontana) deriva da vene d’acqua lungo le pendici meridionali di Monte Postonico, in contrada Calvario, ad una quota di circa 700 metri s.l.m..
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È bene però precisare che a fronte del piccolo getto d’acqua (Lammicco) che caratterizza la fontana, già alla profondità di pochi metri è stata rilevata un’abbondante vena d’acqua.



Fontana IANARA si trova oltre Fontana AMMICCOLA, salendo verso "Calvaruse".




Pozzo del Prainone



Il sottoscritto (Emidio Civitillo) all’imbocco dello stradone, lungo circa 60 metri, di accesso al “Pozzo del Prainone", dalla strada comunale per Calvaruse.


Il piccolo pozzo del Prainone è profondo un metro e trenta centimetri, con un diametro di circa 55 centimetri ed è sicuramente molto antico. Si trova alla destra della strada comunale che sale a Calvaruse.
La vena d’acqua, pur essendo modesta (ma di buona qualità), consente il riempimento del piccolo pozzo (fino al livello di tenuta stagna), una volta svuotato, nel giro di una nottata. Infatti i pastori sanno che il pozzo, svuotato la sera per abbeverare gli animali, viene trovato di nuovo pieno la mattina successiva (sempre fino al livello di tenuta stagna).
Davanti al piccolo pozzo, ad una distanza di circa 3 metri verso il basso (in direzione Sud/Ovest), nel 1929, come risulta da tale anno scolpito lateralmente su una pietra del lato ovest dell’orlo, fu realizzata una cisterna in terra battuta, profonda più di 4 metri e larga circa 2 metri, utilizzando l’argilla rossa impermeabile del luogo opportunamente separata da pietre e breccia, con l’evidente scopo di disporre, per abbeverare gli animali, di una molto più consistente quantità di acqua rispetto a quella ottenibile dal piccolo, primitivo e rudimentale pozzo.
Nel 2001 venne realizzata una nuova cisterna in terra battuta, resa a tenuta stagna con l’argilla rossa del posto.
Una curiosità: ecco che cosa vuol dire la parola Prainone.
Essa deriva dalla parola pero (l’albero), selvatico ovviamente, piuttosto frequente nei nostri boschi in associazione con altre specie, fino ad una quota piuttosto elevata (1.200 metri ed oltre s/l/m).
In dialetto la parola pero si pronuncia pirë(°), e l’albero selvatico una volta si chiamava piràinë. Quest’ultima parola con il tempo ha subito l’eliminazione della prima vocale, diventando pràinë (al femminile). Un albero di pero selvatico eccezionalmente grande e dal tronco massiccio, come quello che una volta stava nella località dove si trova il nostro piccolo pozzo, si chiama prainònë (al maschile), che, italianizzato, diventa “prainòne”. Di qui anche il nome della località in cui si trovava il grosso pero selvatico.



Fontana PESCHITO
La sorgente Peschito deriva da vene d’acqua diffuse lungo le pendici sud – orientali di Monte Postonico, in contrada Cerracchito, ad una quota di circa 540 metri s.l.m., poco a monte del principale nucleo abitativo di contrada San Felice.



Fontana STRITTO


La famosa “Fontana Stritto” è una  sorgente naturale la cui acqua, molto leggera, fresca e leggermente alcalina (con pH = 8), ha proprietà terapeutiche.
Fontana Stritto” si trova nella valle di Cusano Mutri, ad una quota di circa 500 metri s.l.m., a pochi km dal centro abitato, in direzione Est.
La “Fontana”, molto nota, è sull’orlo del profondo canyon di “Caccaviola” in cui scorre il Titerno, poco più a valle della “Grotta dei briganti” o “Grotta delle fate”.

La denominazione “Caccaviola”  del canyon deriva  da una storpiatura dialettale dell'espressione “acqua viola”, che assume tale colorazione a causa dei giochi di luce dovuti ai raggi del sole che illuminano in modo variabile il profondo canyon nell’arco della giornata.





Altra immagine di "Fontana Stritto"


Fontana CERASA deriva da vene d’acqua lungo le pendici di contrada Cerracchito, in cui si trovano numerose abitazioni rurali.


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Le sorgenti costituiscono un patrimonio di inestimabile valore e vanno tutelate.
Se a monte delle sorgenti si trovano delle abitazioni, non è pensabile che si possa continuare a trascurare o a rinviare la realizzazione delle fognature per tali abitazioni.
E ciò non soltanto per una questione di tutela dall’inquinamento dell’ambiente in generale, ma anche – anzi soprattutto – per tutelare la salute di tutti coloro che consumano a scopo alimentare o per uso domestico l’acqua delle reti idriche alimentate da dette sorgenti.
Dove scaricano i servizi igienici di Bocca della Selva ?
Si parla da tempo di fognature per il noto “centro montano”, ma esse non sono state ancora realizzate.

Bocca della Selva in estate

Bocca della Selva è posta a quota molto elevata (a circa 1.400 metri s/l/m). Al di sotto di questa quota si trovano, con serio rischio di inquinamento, tutte le sorgenti di acqua potabile della “Valle del Titerno” e segnatamente quelle dei versanti di Monte Mutria e Monte Pastonico.
Tutte queste sorgenti di ottima e genuina acqua potabile, se non ricevono sollecitamente la giusta attenzione e un’efficace protezione, possono subire danni assai rilevanti, con conseguenze dannose che possono costituire dei veri e propri disastri, che possono protrarsi molto a lungo nel tempo.
Occorre perciò dedicare un’attenzione particolare a questo problema, la cui soluzione non è più procrastinabile.

Emidio Civitillo
emidiocivitillo@gmail.com

venerdì 11 novembre 2016

L'Upùpa, l'uccello che sembra una farfalla.





La natura affascina, "ma siccome esercita anche una forte attrazione turistica, essa ha pure una notevole rilevanza economica, specialmente per le zone interne, che hanno scarse possibilità alternative e  ripongono nel turismo buona parte delle loro speranze di sviluppo”.

L'UPUPA - Il suo nome si pronuncia sia ùpupa che upùpa. Si tratta di un uccello di media grandezza con penne del capo erigibili a guisa di cresta e con piumaggio fulvo a strie bianche e nere (famiglia: Upupidi).


Da poco più di un decennio la presenza numerica dell'Upupa sulle medie ed alte colline del Matese beneventano ha fatto registrare un sensibile incremento. Ciò desta sempre più attenzione e curiosità per questo uccello, e non sono pochi coloro che spesso esprimono il desiderio di saperne di più e di conoscerne almeno le principali caratteristiche.


L’Upupa e il merlo, che è uno degli uccelli più noti.

In precedenza l’Upupa veniva notata quasi esclusivamente all’epoca dei doppi passi regolari di marzo – aprile e di settembre – ottobre. Solo raramente venivano segnalati individui localmente e parzialmente estivi ed alcuni nidificanti. Adesso, invece, questo grazioso uccello torna sempre più numeroso, dall’Africa, nella nostra zona durante il periodo riproduttivo e nidifica da noi in buon numero.
Predilige i castagneti della conca di Cusano Mutri, fino a quelli dell’altopiano di Pietraroja, per la presenza di vecchi e grandi alberi nelle cui cavità spesso costruisce il nido, ma viene segnalato, anche se in maniera piuttosto sporadica, pure nella bassa valle telesina, come a San Salvatore Telesino e in zone limitrofe.






La sua presenza più numerosa nelle nostre zone può essere dovuta a diversi fattori, ma è ragionevole pensare che la riduzione dell’attività venatoria (la caccia) abbia contribuito non poco all’aumento numerico di questo selvatico.

L’Upupa ha abitudini molto solitarie e solo durante l’estate è possibile osservarla, a volte, riunita in piccoli gruppi. Le migrazioni sono precedute da dispersioni ed erratismi pronunciati. 

I quartieri di svernamento si estendono dal sud del Sahara fino alla fascia equatoriale africana. I primi individui tornano a comparire nel continente europeo già alla fine di febbraio – inizio marzo.



COME RICONOSCERLA

L’Ùpupa (upupa epos) è un uccello poco più grande di un merlo. Quando appare, il suo volo irregolare e curioso, le ali aperte, arrotondate e vistosamente barrate di bianco e nero fanno ricordare una grande farfalla. I battiti di ali si susseguono rapidamente, si arrestano per poi riprendere subito, la linea che descrive è ondulata, a balzi verticali, cadute e bordate laterali. Ha un piumaggio inconfondibile, la caratteristica più saliente è decisamente il ciuffo erettile con bordi neri che solleva e abbassa a seconda dei vari stati emotivi; anche il becco è particolare: più lungo della testa e ricurvo, di colore nerastro, con base e mandibola inferiore grigiastre. La livrea è di un bruno rosato, più carico nelle parti inferiori e nel ciuffo, inconfondibili sono ali e coda vistosamente barrate di bianco e nero, il sottoala e il sottocoda sono biancastri. In volo la barratura è inconfondibile ed è il principale elemento di riconoscimento insieme al ciuffo. La femmina è molto simile al maschio, petto sfumato maggiormente di bruno, ma pressoché indistinguibile da questo. Il maschio pesa  67 – 68 grammi, mentre la femmina ne pesa 51 – 58.





DOVE VIVE  

Il suo habitat è costituito da zone alberate della campagna nelle vicinanze o meno di villaggi, ambiente condiviso con altre specie come il  picchio verde e le civette. E’ facile osservare l’Upupa fra le siepi e gli alberi annosi come salici e querce. Anche da lontano è udibile il suo canto monotono. Non è difficile incontrarla lungo i sentieri in campagna ove ama prendere bagni di polvere. In Italia l’Upupa è abbastanza comune all’epoca dei doppi passi regolari: quello primaverile e quello autunnale. Le migrazioni sono precedute da dispersioni ed erratismi pronunciati. I quartieri di svernamento si estendono dal sud del Sahara fino alla fascia equatoriale africana. I primi individui tornano a comparire nel continente europeo già alla fine di febbraio – inizio marzo.


COSA MANGIA

L’Upupa ricerca il nutrimento sul terreno ove si muove rapidamente trotterellando, muovendo la testa ad ogni passo e beccando un po’ ovunque alla ricerca di insetti e le loro larve che solleva con il becco in aria e poi ingoia. Uccide le sue piccole prede con qualche colpo di becco e poi le ripulisce dagli involucri chitinosi.





I suoi terreni di caccia preferiti sono i pascoli, ove gli escrementi attirano una gran quantità di insetti. Si ciba principalmente di coleotteri e loro larve (carabi e cetonie), ortotteri (grilli e grillo–talpe, molto ricercati), bruchi, ditteri, formiche, ragni, lumache e vermi di terra.



COMPORTAMENTO NEL PERIODO RIPRODUTTIVO

Per tutto il periodo della riproduzione il maschio emette un suono continuo e monotono di 2 o 3 sillabe soffice e basso: “Hup – hup – hup”, accompagnato da un movimento verso il basso della testa, il becco quasi chiuso. 






Questo canto pur non essendo molto sonoro si può udire anche in lontananza, verso maggio si fa meno intenso e talvolta si protrae fino in giugno in coincidenza di covate tardive: quando è inquieto prende il volo lanciando un grido basso e rauco, un po’ soffocato, nei pressi del nido si esprime con diversi suoni gutturali. 





L’Upupa occupa di preferenza i contrafforti isolati e caldi delle zone di pianura e collinari nelle vicinanze di pascoli, lungo i filari di salici, di querce, negli orti, negli oliveti e nei piccoli boschetti che delimitano i pascoli. Non occupa mai zone di montagna. 





Il periodo della riproduzione è segnato all’inizio, da parte del maschio, dall’incessante canto, che comincia subito dopo il loro arrivo nei luoghi prescelti per la nidificazione, seguono i corteggiamenti caratterizzati dalle parate nuziali e dalle profferte di cibo del maschio alla femmina che si concludono con gli accoppiamenti. 




Il nido viene collocato all’interno di cavità naturali degli alberi, a volte dentro una loggia abbandonata da un Picchio verde, negli anfratti di muri, all’interno di costruzioni rustiche come granai o case abitate. Quasi sempre le uova vengono semplicemente deposte direttamente sul legno o sul suolo in punti ben riparati, senza particolari allestimenti di rivestimento del nido.

                                                                                                           Emidio Civitillo

giovedì 10 novembre 2016

Pietraroja (BN) e la peste del 1656, che a Napoli dimezzò la popolazione.

A Pietraroja, allo scopo di ricordare per sempre una terribile epidemia di peste di 360 anni fa, otto anni dopo una bruttissima carestia, furono incise nella pietra due scritte.
Le due scritte vennero scolpite alla base dei due stipiti della porta di destra (guardando la facciata della chiesa) delle tre porte dell'antica chiesa parrocchiale. A sinistra è scolpito fu la peste 1656” e a destra fu la carestia 1648”.











Pietraroja, chiesa parrocchiale di Maria Assunta in Cielo con l'antistante piazza San Nicola.


Dette scritte non richiamano facilmente l'attenzione dei visitatori perché non sono di lettura molto facile, anche a causa del fatto che vennero scolpite su pietra che ha subito l'usura del tempo. Le due scritte, forse pure per la posizione scomoda di chi le realizzò, vennero scolpite in maniera poco raffinata, ma comunque si riesce a leggerle in modo soddisfacente ed hanno bene assolto la funzione di tramandare ai posteri il ricordo di quei tragici eventi.
Appresi di queste due scritte per la prima volta quando ero giovane studente.
Me ne fu parlato in modo pacato, ma con un velato senso di tristezza, che mi fece rimanere impressi nella mente quel racconto e la tragedia vissuta allora dalla gente di Pietraroja e paesi limitrofi (e non solo), a causa di una terribile epidemia di peste che peraltro veniva da lontano.
Infatti la peste del 1656 colpì parte dell'Italia e in particolare il Regno di Napoli. A Napoli la peste provocò circa 240.000 morti su un totale di 450.000 abitanti; anche nel resto del Regno il tasso di mortalità oscillò fra il 50 e il 60% della popolazione.
Una storia molto brutta, che riguardò i nostri antenati.
Nei documenti storici risulta anche scritto che:
  •  … dal racconto di un testimone di allora, … “Napoli, da giardino d' Europa, divenne teatro di orrori mai visti. Nel terribile luglio del 1656 le cataste per le strade della città erano fatte di cadaveri e nei roghi bruciava carne umana, non immondizia.”
  •  L'azione di prevenzione fu spesso sottovalutata o addirittura ignorata da parecchie autorità locali, ecclesiastiche e laiche, che adottarono comportamenti ambigui, quando non irresponsabili, perché preoccupate in primo luogo della tutela delle proprie esigenze  personali.
Ne sono stati citati diversi esempi, tra cui:
  • Il comodo, ma imbarazzante riparo trovato, per meglio difendersi dal contagio, dal cardinale Filomarino nella certosa di San Martino a Napoli, in posizione isolata, circondata da vasti giardini che la separavano dal resto della città.
  • Il governatore di Benevento, sempre per meglio difendersi dal contagio, «rinchiusosi in casa, non dava udienza che dalla finestra e da sé faceva tutto, fino a lavare i piatti della sua cucina».
Le succitate scritte scolpite a Pietraroja, paesello montano molto noto, che si trova in una zona dei monti del Matese a grande vocazione turistica, sono state da me leggermente evidenziate nelle immagini allegate per una più agevole lettura durante la visualizzazione.

Ho inserito dette immagini anche nel mio "post" (o pubblicazione) su Pietraroja, che è stato (e continua ad essere) parecchio visualizzato.

Eccone il link:




Emidio Civitillo


emidiocivitillo@gmail.com





venerdì 12 agosto 2016

Sagra di montagna a Pietraroja (BN)














Pietraroja (BN) – 832 m s.l.m.  – Panorama da Est





Pietraroja (BN) è un paesello di montagna dove circa 36 anni fa venne trovato il celeberrimo fossile di dinosauro “Scipionyx samniticus”, ai più noto come “Ciro”, famoso in tutto il mondo.






Un'immagine della particolare “kermesse” che viene annualmente organizzata nel mese di agosto: la Sagra dei prodotti tipici locali.













Questa sagra è ovviamente finalizzata anche a valorizzare le risorse locali: culturali, storiche, naturali, gastronomiche. Dagli stand della Pro Loco e di ristoratori locali vengono proposti piatti tipici e genuini quali:
·        i “carrati”: tipici e ricercati maccheroni locali al ragù fatti a mano;
·        arrosto di agnello;
·        braciole di pecora;
·        salsicce e carne di vitello locali;
·        salumi (capocollo, pancetta, soppressata);
·        pizzette fritte e dolci gustosi;
·        formaggi locali (pecorino, caciocavallo, ricotta);
·        “trit’gli e pepàugli” (pezzetti di carne di maiale fritti assieme a peperoni sotto aceto).




      
   Immancabile, alla sagra, il famoso prosciutto di Pietraroja, che al “Salone del gusto” di Torino è stato definito squisito, prelibato, unico. 








I visitatori possono così degustare prodotti rigorosamente locali, godendo dell’aria fresca di montagna, piacevolmente gradita nella calura estiva, allietati da spettacoli e musica dal vivo.




 Per ulteriori informazioni, rivolgersi direttamente alla Pro Loco Pietraroja:
     tel. 0824-86 82 51;  328-31 87 994
     e.mail:  info@prolocopietraroja.it.










                                                                    ^^^^^^^^^^^^^^^^^^

I CARRATI

I Carrati di Pietraroja sono dei tipici e ricercati maccheroni locali, fatti a mano con ingredienti e salsa particolari, come il sugo di carne di pecora giovane (non ancora avviata alla riproduzione), detta anche “ciavarra” o “chiuppaiola”.
Per preparare questi gustosi maccheroni ad un pranzo per 6 persone, si prendono:
·       1 kg di farina
·       2 uova
·       due bicchieri di acqua



Dopo aver sbattute le uova, si aggiunge l’acqua e poi la farina, e si impasta. La pasta si lavora a mano, con cura e a lungo, fino a quando non si sentono rompere sotto le dita le bollicine d’aria che si formano nella pasta.
Dalla pasta si ricavano delle sfoglie rettangolari, a mano (con il matterello) o con la macchina per fare i maccheroni in casa (predisponendo la misura che consente il maggiore spessore delle sfoglie). 
Ogni sfoglia viene poi tagliata per ricavare delle strisce della larghezza di circa 3 cm. Quindi ogni striscia si taglia trasversalmente per ricavare dei pezzetti di pasta larghi 3 – 4 mm.
Questi pezzetti di pasta vengono schiacciati (quanto basta) e arrotolati (cioè carriati, da cui “carrati”) con apposito bastoncino di ferro.
Probabilmente quest’ultima operazione e la stessa denominazione di questi tipici maccheroni di Pietraroja (i “carrati”) derivano dalla denominazione “strascinati” che viene attribuita ad un tipo di maccheroni che si fanno ancora in Puglia, dove i Pietrarojesi svernavano con decine di migliaia di pecore all’epoca della transumanza.

“carrati” così ottenuti si mettono ad asciugare su una superficie piana (ovviamente ben pulita) o su una rete sottile e a maglia molto stretta, in modo da consentire (con l’uso della rete) una più rapida essiccazione della pasta, che, divenendo asciutta, si conserva (si “mantiene”) per più lungo tempo (in genere fino ad una settimana), se non la si vuole cuocere subito o la si vuole cuocere in più volte.
La pasta essiccata si può conservare anche in congelatore per circa un anno. In tal caso, quando la si vuole cuocere, si mette in pentola acqua e sale e quando l’acqua giunge a bollitura, si calano i “carrati” senza farli prima scongelare.

Si utilizza poi 1 kg di carne sgrassata di pecora. La si arrotola e la si mette a rosolare con olio d’oliva. Quindi la carne rosolata si mette in pentola con acqua e salsa di pomodoro e la si lascia bollire per 2 – 3 ore (a seconda della durezza della carne), a fuoco lento, fino alla cottura della carne. Il sugo che si ottiene deve essere piuttosto denso. Meno giovane è la pecora e più dura (ma più carica di sapore) è la carne.
In un’altra pentola, portata a bollitura l’acqua con il sale, si calano i “carrati” e li si porta ad una cottura al dente, e si scolano.

Infine si prende una grossa zuppiera e vi si mette del sugo ottenuto con la carne di pecora, sul quale si aggiunge un primo strato di “carrati” cotti e formaggio pecorino, e si mescola (in genere con un cucchiaio di legno di discrete dimensioni). Si ripete l’operazione con il resto dei “carrati” cotti, realizzando vari strati successivi. A volte si aggiungono anche noci fatte a pezzettini.

Dopo avere ben mescolato, i “carrati” si possono servire a tavola.






Pietraroja - panorama da Sud verso Nord




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A proposito di sagre ed altre manifestazioni simili, è però opportuno sottolineare che se i prodotti tipici sono importanti per l’economia locale, è bene dedicare molta attenzione alle opportunità di richiamo turistico offerte dalle memorie storiche, anzi preistoriche: i famosi fossili di Pietraroja.









Il PaleoLab e il vicino Parco geo-paleontologico





Ciro  - il fossile di dinosauro scipionyx samniticus rinvenuto a Pietraroja qualche anno prima del 1980


Agosto 2016                                  Emidio Civitillo